Cuba/ José Martí  en Nueva York

L’immortale José Martí jazzificato dal pianista-compositore cubano MANUEL VALERA. Di questo progetto si parla sul mensile Musica Jazz di novembre 2020. Sul numero di dicembre uscirà la seconda parte che completa il corposissimo articolo-intervista realizzato da Gian Franco Grilli.

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CARLOS DEL PUERTO: in Finlandia con Cuba nel cuore

12. marzo 2013 – 22:502 Comments
CARLOS DEL PUERTO: in Finlandia con Cuba nel cuore

Negli USA e nel mondo le musiche di Blood Sweat & Tears e Chicago diventarono colonne sonore per milioni di persone, segnarono un momento storico per la società, per l’arte, per tutto. Il lavoro di Irakere a Cuba fu un po’ simile a quei progetti”. Lo sostiene Carlos Del Puerto – bassista, uno dei fondatori di Irakere e che da diversi anni vive nella nordica città di Turku – nell’intervista rilasciata a Gian Franco Grilli. La lunga chiacchierata ripercorre la vita di questo jazzista e allo stesso tempo le pagine migliori della musica contemporanea di Cuba. (+video anni ’80)

Dall’Avana caliente alla nordica Turku con la magia del moderno jazz afrocubano.

I cultori di musica cubana ricordano Carlos Del Puerto come il giovanissimo contrabbassista dalla folta chioma che partecipò nel 1967 al debutto dell’Orquesta Cubana di Musica Moderna. Molti lo conoscono come uno dei fondatori di Irakere (foto). Altri hanno apprezzato il suo maestoso contributo nelle sezioni ritmiche di Chucho Valdés. Per gli estimatori del jazz afrolatino, è l’autore del brano A Chano Pozo. E dall’opera dedicata al mitico percussionista cubano inizia l’intervista a Carlos Del Puerto, raggiunto telefonicamente nella sua residenza finlandese.

Carlos, prima di parlare della tua carriera artistica, puoi spiegarci i motivi che ti hanno spinto a scrivere un omaggio a Chano Pozo, il mitico tumbadór di cui nel dicembre 2008 si è celebrato il sessantennale della scomparsa?

Nel gennaio del 1985 mentre stavo realizzando un metodo per chitarra basso cominciò a frullarmi in testa una melodia. La scrissi, ma poi non sembrò adatta per quel libro. Alcuni mesi dopo con Irakere iniziammo la registrazione dell’album “Tierra En Trance” e Chucho Valdés mi chiese se avevo qualche brano da incidere. Risposi che avevo questa sorta di «descarga cubana», ma senza nessun tipo di arrangiamento pronto. Lo feci sentire ai musicisti presenti in studio e piacque a tutti; così intonammo quel motivo e decidemmo di utilizzare alcune melodie parafrasando Manteca per far risaltare il lavoro dei vari solisti. Alla fine lasciammo un assolo al tumbadór, Jorge Alfonso «El Niño» e mentre terminava l’improvvisazione José L. Cortés «El Tosco» incominciò a cantare una vera rumba con il coro che rispondeva. Decisi che il nome più appropriato per quel pezzo era Homenaje a Chano Pozo, giacché fu lui il pioniere che seppe incorporare la tumbadora dentro il jazz, e nacque il cubop. Posso dirti che tra tutte le mie composizioni questa – che è la meno elaborata e nata quasi per caso- è la più interpretata nel mondo e continua a suscitare interesse. E un’ulteriore prova l’abbiamo ora: la tua intervista prende avvio su quest’opera.

All’inizio degli anni Ottanta notai che a Cuba si sapeva ben poco di Chano. Come mai tu conoscevi la sua storia?

Fin da bambino sentii parlare di Chano Pozo da mio padre, Carlos Manuel, che suonò il contrabbasso con Obdulio Morales, orchestra famosa negli anni Trenta e ricordata per il successo  di Batamú, lo show di un gruppo di percussionisti tra cui spiccava Chano. Quindi mio padre e Chano condivisero quel palcoscenico e diventarono amici frequentandosi dopo lo spettacolo. Cosicché quando incominciai a studiare musica, papà tirava spesso fuori la storia leggendaria di Chano: “…musicista nato in un quartiere povero che con tenacia arrivò al successo negli Stati Uniti ma fu ucciso ad Harlem…”. Insomma, questi racconti-modello volevano spronarmi a fare meglio, giacché anch’io provenivo da un ambiente simile, il quartiere di Cayo Hueso, un barrio molto musicale che confinava con El Africa, il caseggiato dove Chano era cresciuto e si distinse come rumbero, ma anche come protagonista di risse per via del suo temperamento focoso. Aspetto questo che non toglie nulla alla genialità dell’artista: Cuba ha avuto generazioni di percussionisti, ma fu Chano il primo ad aprire le strade internazionali ai ritmi afrocubani e, grazie al suo talento, la tumbadora si è conquistata un posto nelle orchestre moderne e nel jazz.

Carlos Del Puerto Caballero, dunque, è figlio d’arte. Puoi dirci come e quando hai intrapreso la via della musica?

Iniziai a studiare all’età di 12 anni e dovetti scegliere il contrabbasso per ragioni economiche: siccome era lo strumento disponibile in casa, mia madre – che gestiva il bilancio famigliare – decise così, aggiungendo che se ne volevo imparare un altro me lo dovevo comprare. A quel tempo poi non avevo preferenze tra gli strumenti perchè non davo molta importanza alla musica, avrei preferito fare il pittore, dedicarmi all’arte e…

…e invece hai dovuto applicarti all’arte dei suoni. Continua a raccontarci i primi passi?

Come ho detto poc’anzi, la mia famiglia era povera e mi mandarono ad aiutare un barbiere. Che era anche un cantante-trovatore e quando non c’erano clienti lasciava pennelli, pettini e rasoi e si dilettava con la musica, e anch’io cantavo. Egli rimase stupefatto dalla rapidità con cui apprendevo le melodie e così consigliò mia madre di mandarmi a una scuola musicale anche se mio padre non voleva. Ci furono discussioni in famiglia, ma alla fine mi iscrissero al Conservatorio e, per il bene di tutti, ebbi la fortuna di iniziare la professione come bassista a tredici anni con la famosa orchestra Los Armonicos di Felipe Dulzaides che suonava all’Hotel Riviera dell’Avana. Con l’aiuto di Dulzaides ebbi la possibilità di ascoltare moltissima musica e diverse band per preparare il repertorio dell’orchestra ispirato allo stile musicale di George Shearing. Da quel momento in poi conobbi diversi bassisti e diventai amico di due grandi maestri dello strumento: «Cachaito» (quello di Buena Vista Social Club, suo zio era il celeberrimo «Cachao» López) e Papito Hernández. Nel corso della carriera ho suonato con bassisti di fama internazionale tra cui Percy Heath e Jaco Pastorius.

George Shearing, però, voleva dire jazz. Ma a Cuba non era vietato interpretare le musiche “imperialiste”?

Questo è un altro esempio della fortuna che io ho avuto nella mia carriera: è vero quello che dici, ma l’unico gruppo cui era concesso di suonare jazz e musica internazionale era quello di Felipe Dulzaides, perchè lavoravamo all’hotel Riviera, un luogo importante ancora frequentato da turisti e uomini d’affari. Dulzaides, in seguito, ebbe problemi dovuti a una situazione abbastanza confusa e lunga da spiegare, finì in carcere e fu un’ingiustizia. Ma non c’entra con il jazz.

Comunque ci furono altre eccezioni: qualche anno dopo il quintetto di Chucho Valdés andò al Jamboree Jazz Festival; il tuo nome apparve assieme a Valdés nell’album “Jazz Batá”, considerato da molti un progetto storico e…

…sì, è vero,  nel 1970 il gruppo di Chucho suonò al festival di Varsavia e in quel momento il contrabbassista era «Cachaito» perchè io stavo svolgendo il servizio militare. Invece la storia di “Jazz Batà” è questa: mentre suonavamo con la grande Orquesta Cubana de Musica Moderna, io, Chucho e Oscar Valdés (percussioni) decidemmo di sperimentare in Trio. Chucho poi moriva dalla voglia di fare un disco con un trio jazzistico nuovo, ossia la sezione ritmica basata sul tamburo afrocubano e non sulla batteria come nel trio afroamericano. Così nacque “Jazz Batá” inciso nel 1971, disco importante perché lo comprò l’etichetta Jazz Polydor, e fu uno dei primi album cubani che entrò nel mercato mondiale dopo il trionfo della Rivoluzione. Con il Trio iniziammo a fare tournée internazionali accompagnando diversi artisti, tra cui Omara Portuondo. Ma il progetto fu speciale anche per altri motivi: uno dei brani dell’album si chiamava Irakere, un vocabolo che ha diversi significati negli idiomi africani, e noi usammo quel lemma richiamandoci alla vegetazione, alla foresta, al bosco fitto di misteri, con valenze magico-rituali. Da lì derivò poi il nome del gruppo che fondammo nel 1973 sulla scia dell’esperienza del Trio: il vero precursore dell’orchestra Irakere. Il Dvd “Chucho Valdés Latin Jazz Founders” documenta queste origini.

Quindi il richiamo al mondo magico-religioso non era soltanto di tipo artistico?

E’ vero, ognuno di noi aderiva alle religioni popolari afrocubane. Io, ad esempio, sono credente del Palo Monte (o Regla Congo) con rituali un po’ più segreti e più rigorosi rispetto a quelli della Santería. Oggi comunque tutti i sincretismi religiosi sono più tolleranti e morbidi per ragioni commerciali.

Tirando le somme, si può dire che hai trascorso metà della tua vita artistica con Irakere. Poi, come quasi tutti i membri del gruppo, hai abbandonato il Paese per fare altre esperienze.

Esatto. Sono musicista professionista dal 1964, ho praticato tutti gli stili musicali cubani suonando con quasi tutti i grandi della nostra musica: Dulzaides, Enrique Jorrín, la Sinfonica del Cha Cha Cha, l’Orquesta Cubana de Musica Moderna, ma il capitolo con Irakere è stato straordinario, irripetibile. E per alcuni aspetti quel lavoro è simile a ciò che Blood Sweat & Tears e Chicago hanno fatto negli Stati Uniti: i due gruppi diventarono le colonne sonore per milioni di persone che stavano cambiando il proprio modo di pensare e di vivere, aprivano una nuova epoca, iniziò l’amore libero. Insomma musiche che segnarono un momento storico per la società, per l’arte, per tutto. Irakere a Cuba significava un po’ questo, ma anche musica tradizionale, classica, jazzrock, e anche timba: sì, la salsa cubana conosciuta oggi nel mondo con il nome timba è figlia di Irakere. In sintesi: con questa magica band ho inciso tutti i dischi realizzati dal 1973 al 1996, l’anno che ho deciso di svoltare.

… fino a stabilirti in Finlandia. Puoi raccontarci brevemente il nuovo viaggio e come riesci a mantenere la tua cubanità in luoghi così distanti geograficamente e culturalmente da Cuba.

Volevo cambiare la mia vita e così decisi di lasciare la mia terra, ma non per problemi politici. Ho vissuto in posti differenti, sono stato negli Stati Uniti fino al 2001, dove ora vivono alcuni dei miei figli, tra cui il bassista Carlitos Jr. e la flautista Grethel, mentre io da un po’ di tempo risiedo nella città finlandese di Turku dove mi sono innamorato di una donna con la quale ho due figlie, mi sento molto bene e ho un lavoro fisso: sono docente in due Conservatori, e in uno ho formato una big band e facciamo concerti. Inoltre ho il mio gruppo Nganga e due musicisti sono miei connazionali. Come conservare l’identità cubana  lontano da casa? Bueno, io ho passato quasi tutta la mia vita viaggiando per lavoro e fin da giovane mi sono abituato a portarmi appresso il meglio dei miei ricordi, il retroterra culturale, la mia storia per non sentire la mancanza dei miei famigliari o dei miei amici. E’ una sorta di meccanismo di difesa, uno scrigno virtuale dove conservo quel mondo di luoghi, persone, religione, che era una realtà diversa da quella attuale. L’ambiente della mia infanzia e gioventù – ricco di valori che hanno contribuito a formare la mia personalità – non esiste più, il Paese è cambiato; e musicalmente, oggi, si fatica a distinguere un gruppo o da un altro, uno stile dall’altro, tutto è mescolato in modo esagerato e senza le giuste proporzioni. Tuttavia, continuo a conservare dentro di me la mia Cuba linda

che fai rivivere nell’insegnamento, nel lavoro orchestrale eccetera.  Meno, mi sembra, in produzioni discografiche. E’ così?

Premetto che non mi è mai piaciuto incidere come bandleader e mi interessano poco i dischi dei solisti di basso. Però ogni tanto registro: un paio di anni fa ho pubblicato “Impacto Cubano, un progetto con il contributo di cubani che ho invitato in Scandinavia. Ecco questo è un modo per sentirmi legato alla mia cultura e ai miei affetti. Oggigiorno – dopo aver collaborato, tra Irakere e altri, a oltre 300 produzioni – preferisco dirigere orchestre, arrangiare, comporre, insegnare e scrivere manuali di didattica musicale. Ad esempio come direttore musicale ho curato recentemente l’album “Al Ritmo Latino!” di Jari Sillanpää, il cantante più noto in Finlandia.

E fai attività concertistica nei jazz club?

Soprattutto in estate durante i festival del jazz. Invece  non mi piace suonare di notte tutto l’anno in locali dove la gente è interessata più a bere che alla musica. Preferisco dedicarmi anche alla musica classica e lavorare con una orchestra da camera.

Quanti musicisti cubani vivono in Finlandia?

Che io sappia, di professionisti che lo erano anche a Cuba, forse tre. Invece sono molti i cubani che vengono a suonare. Recentemente a Turku c’è stato Leo Brower cui hanno riservato un omaggio alle sue opere,  prima è venuta Omara Portuondo e altri ancora.

Quindi vecchi amici di Cuba vengono a portarti i colori e il calore della terra madre nella tua seconda Patria?

Spesso sì, ma l’Avana di cui ho parlato prima è sempre con me: dentro il mio cuore ci sono tutte le foto della mia vita, i ricordi belli con il brulichio allegro e sonoro di Cayo Hueso.

Gian Franco Grilli

Vi suggeriamo un video degli anni Ottanta del gruppo Irakere dove spicca il talento del giovane Del Puerto

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