Cuba: Leandro Saint-Hill Quartet in “Cadencias”

Da un paio di settimane il musicista camagueyano Leandro Saint-Hill con il suo quartetto e il contributo di diversi eccellenti ospiti ha lanciato sul mercato discografico, CADENCIAS, un brillante album di cuban jazz (o detto in altro modo, Jazz en Clave) interpretato con una visione cosmopolita.

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URUGUAY: Pepe Mujica, il presidente che tutti vorrebbero

8. maggio 2014 – 20:09No Comment
URUGUAY: Pepe Mujica, il presidente che tutti vorrebbero

“ La ricetta di PEPE MUJICA” . L’ex guerrigliero governa l’URUGUAY dal 2009.
Durante la sua presidenza il Paese ha legalizzato l’aborto e i matrimoni Gay, e la povertà e la disoccupazione sono diminuite. Juan Josè Millas* l’ha incontrato a Montevideo.

Il temporale si annuncia con uno stato di oppressione simile a quello che precede il mal di testa. L’atmosfera s’incupisce nel bel mezzo della giornata, come se Dio avesse chiuso gli occhi, e si leva un’aria strana che mette addosso un’euforia gratuita.
Nel giro di un quarto d’ora gli edifici grondano come una spugna appena tolta dall’acqua e poggiata sul bordo della vasca. I bambini saltano nelle pozzanghere e la realtà sembra sospesa. Il clima di Montevideo soffre di un disturbo della personalità.

Nel giro di un quarto d’ora gli edifici grondano come una spugna appena tolta dall’acqua e poggiata sul bordo della vasca. I bambini saltano nelle pozzanghere e la realtà sembra sospesa. Il clima di Montevideo soffre di un disturbo della personalità.
Nella stanza d’albergo ho la sensazione di essere uno di quei personaggi dello scrittore Juan Carlos Onetti che se ne stanno sdraiati nudi sul letto, senza mai smettere di fumare, ad ascoltare ossessivamente i rumori esterni cercando di ricostruire nella loro testa un’immagine del mondo.
Il mondo, all’inizio, sono le strade che scendono verso quel punto stranissimo in cui s’incrociano le acque del rio de la Piata e quelle dell’oceano Atlantico. A volte il mare penetra nel fiume, a volte il fiume penetra nel mare, dipende dai venti, dalle maree, dalle piogge, dalle piene e dagli effetti del cambiamento climatico.
El Pais ci ha mandato dall’altra parte del mondo per scrivere un reportage. Così, un pomeriggio, il fotografo Jordi Socias e io usciamo a fare una passeggiata e imbocchiamo una delle strade che scendono verso l’estuario. Dopo un’ora, vediamo un uomo che esce da un negozio di dolci con una busta in mano.
”Vendono vini buoni?”, gli chiede Socias.
”Ottimi”, risponde l’uomo. “E hanno anche un pane squisito, ma è quasi l’ora del-la chiusura”.
È un signore dall’aria benestante che ha voglia di fare due chiacchiere. Gli chiedia¬mo se il mercato è lontano.
”Non andateci: a quest’ora è deserto”, ci spiega.
”E verso la via principale?”.
”Non cambia niente. Se andate su di qua dopo quattrocento metri troverete dei bar con una bella atmosfera, come quelli di Madrid odi Parigi”.
”Ma noi non vogliamo vedere Madrid 0 Parigi, vogliamo vedere Montevideo”, replica Socias.
Il signore ci guarda come se fossimo matti e si allontana prudentemente, mentre noi continuiamo a camminare nella direzione proibita. Ma l’uomo dall’aria bene-stante aveva ragione: è tutto deserto. “Biso-gna venirci di mattina”, ci spiegano quando arriviamo vicino al mercato.
Ci sono quartieri di Montevideo che so-no Montevideo solo la mattina e all’ora di pranzo. Poi diventano un’altra città, dov’è sempre domenica pomeriggio.

GLI OCCHI DAVANTI.
Quello che ho appena raccontato, però, succederà dopo. Al nostro arrivo in Uruguay, invece, con la valigia ancora da disfare sul letto della camera d’albergo, succede che squilla il telefono. È l’addetto stampa del presidente dell’Uruguay: “Alle 15.30 passerà a prendervi un’auto per portarvi alla chacra (la fattoria) di José ‘Pepe’ Mujica”, mi comunica.
Guardo l’orologio: è mezzogiorno.
”Ma eravamo rimasti d’accordo che ci saremmo visti domani”, faccio presente con cautela.
”Domani non si può fare”, taglia corto l’addetto stampa.
Riattacco e avviso il fotografo. Quando passano a prenderci la pioggia cade con una forza incredibile, come se volesse fare male a qualcuno. E anche se mancano ancora cinque o sei ore di luce prima del tramonto, le strade sono buie come i corridoi di un ufficio in un giorno di festa. L’auto va verso la periferia e quasi subito arriviamo in una zona di campagna. Alcuni cani si avvicinano per fare le feste e c’è anche qualche gallina.
A un certo punto l’autista si ferma davanti a una specie di bivio. “Ci siamo”, dice.
Siamo arrivati a Rincón del Cerro. Scendiamo e vediamo, in mezzo ai campi, una guardiola simile a un bagno chimico, che dà al paesaggio un’aria surreale. A destra, nascosta dalla vegetazione, c’è la casa di José
Mujica, il presidente della Repubblica Orientale dell’Uruguay. Tutti dicono che vive in una casa modesta. È falso: la sua casa è povera, un po’ più di una catapecchia, con il tetto di lamiera. Sulla porta ci sta aspettando l’anziano presidente che ha fatto diventare di moda il suo paese.
”Signor presidente”, lo salutiamo dandogli la mano.
”Fuori, Manuela!”, grida lui a un cane con tre zampe che l’ha preceduto per darci il benvenuto.
José Mujica Cordano ha quasi ottant’anni e ne ha passati quindici in carcere perché faceva parte del Movimento di liberazione nazionale Tupamaros. Nel suo curriculum da guerrigliero ci sono due evasioni e sul corpo porta i segni di sei ferite da arma da fuoco. È stato arrestato l’ultima volta nel 1972 e non è tornato in libertà fino al 1985. È entrato in prigione a 37 anni e ne è uscito quando ne aveva cinquanta. Nelle carceri della dittatura, è stato sottoposto a maltrattamenti infiniti.

DIALOGO CON PECHINO

Come racconta Walter Pernas in Comandante Facundo, quand’era in carcere l’attuale presidente dell’Uruguay ha mangiato carta igienica e sapone, oltre alle mosche attirate nella sua cella dall’odore degli escrementi. Ha bevuto la sua urina e ha dormito per anni su pavimenti di cemento in balia del freddo intollerabile e del caldo soffocante. Ha passato settimane 0 mesi senza vedere la luce del sole, ha parlato per anni solo con i topi e gli insetti che convivevano con lui o andavano a fargli visita in cella. In carcere ha perso la nozione dello spazio e del tempo, ha delirato, è dimagrito fino a poter contare tutte le sue ossa. A causa delle botte, delle ferite e della denutrizione ha sofferto di problemi ai reni e allo stomaco.

Walter Pernas racconta che Mujica non riusciva a stare dritto quando camminava e che, nei momenti di maggior sofferenza fi-sica e psicologica, i militari portavano i loro figli in carcere per fargli vedere “la bestia” e insultarla. Lo spostavano da una prigione all’altra come un sacco di merce putrida, spingendolo senza tanti complimenti sul retro di un camion militare e facendolo scendere a calci. I carcerieri, che erano a conoscenza della sua diarrea cronica e dei suoi problemi urinari, ignoravano le suppliche di Mujica per farsi portare al gabinetto. Ma dopo anni, grazie alla sua tenacia e a quella della madre, era riuscito a ottenere il permesso per avere un orinale da cui non si separava mai e che, con il tempo, era diventato il simbolo di una vittoria morale sui suoi carcerieri.

Quattro giorni dopo essere stato liberato, nel 1985, Mujica ha pronunciato un discorso in cui non c’era alcuna traccia di risentimento. La natura, ripete spesso, ci ha messo gli occhi davanti perché è in quella direzione che dobbiamo guardare.

“Fuori, Manuela!”, grida di nuovo al cane con tre zampe. Manuela si fa da parte e noi entriamo in casa, dove c’è odore di umidità.

“L’Uruguay sta diventando un paese tropicale”, afferma Mujica. “Non capisco come si faccia ancora a negare il cambiamento climatico”.

Ci sediamo nel salotto vicino all’ingresso, che è anche la stanza da cui si accede al resto della casa (una camera, un bagno e una cucina: in tutto saranno quaranta, al massimo quarantacinque metri quadrati) e mi rendo conto con un brivido che Mujica si aspetta un’intervista tradizionale. Così, mi metto al lavoro.

Alla prima domanda, il presidente risponde che oggi chi governa non comanda niente.

“E allora chi comanda?”, chiedo.

“I grandi poteri finanziari. Non è più il cane a muovere la coda, ma la coda a muovere il cane”.

“Parla di queste cose con i capi di stato o con i presidenti che incontra?”.

“Si”.

“E loro cosa ne pensano?”.

“Mi danno ragione, ma guardano dall’al-tra parte. S’illudono ancora di essere come i presidenti di una volta e non osano affrontare il nemico più forte. Fanno finta di niente, ma la verità è che siamo tutti dei fantocci”.

“Come ha fatto a governare per cinque anni consapevole di questi limiti?”.

“Questo è un piccolo paese molto speciale: più del 50 per cento dei movimenti bancari è nelle mani dello stato. Noi uruguaiani siamo cresciuti così: quando abbia-mo un soldo andiamo a depositarlo al Banco de la República, che è la banca statale. Non perché ci trattino bene, anzi, manca solo che ci prendano a botte, ma noi ci fidiamo di quella banca. Le banche private sono deboli”.

“Tutti i settori strategici dell’Uruguay sono nazionalizzati”.

” È vero, ma non dia la colpa a me. Quando sono nato era già tutto così: è il risultato della storia”.

Osservo Mujica e mi sembra uno che va e viene dentro di sé, come se avesse un retrobottega nella testa. Mi chiedo che tipo d’interesse possono suscitargli questi due spagnoli e se le sue risposte sono meccani-che quanto le mie domande. Mi spiega che l’Uruguay è un paese ricco che si è impoverito e si è lasciato andare intorno agli anni sessanta, dopo la vittoria contro il Brasile ai Mondiali del 1950, nello stadio Maracaná di Rio de Janeiro. “Cinquant’anni di nostalgia”, afferma Mujica. Poi continua: c ‘è troppa burocrazia, hanno sistemato davvero chiunque nell’apparato statale, c’era un teatro – il Solis – con un dipendente addetto ad alzare il sipario e un altro ad abbassarlo. La burocrazia statale è ancora un problema: i sindacati dei dipendenti pubblici, che sono potenti, gli hanno dato del filo da torcere. Serve pazienza, bisogna continuare a lottare e a seminare. Lui ha riflettuto molto, per-ché in prigione ha avuto tempo per pensare e ha capito che i cambiamenti avvengono lentamente. Fino a venti o trent’anni fa si poteva ancora discutere di guerre giuste e guerre ingiuste, e quelle giuste erano guerre di liberazione nazionale o di liberazione dei paesi oppressi, ma oggi è evidente che tutte le guerre servono solo a far soffrire i più deboli. Esistono problemi che nessun paese può risolvere da solo, e le strade sono due: o governiamo la globalizzazione o la globalizzazione ci governerà. La democrazia e il socialismo sono compatibili, a con-dizione che una non annienti l’altro. La cosa più importante che ha fatto da quando è presidente, sostiene Mujica, è lottare contro la povertà e l’indigenza, creando un clima di stabilità politica e di fiducia che ha attirato gli investimenti stranieri.

Mujica ci chiede se vogliamo un whisky e poi spiega che l’unica strada è tornare all’economia produttiva, in cui l’Uruguay è forte perché ha un’ottima produzione di latticini, di carne e dei principali cereali. Il paese produce grano, soia e riso, esporta carne di manzo e pesce (in Uruguay se ne mangia pochissimo), ha un mare bellissimo, ma gli uruguaiani hanno vissuto dandogli le spalle pur essendo discendenti degli spagnoli. Mujica dice che parla molto con i cinesi, sono loro i principali clienti del paese, comprano tutta la soia e sono sempre più presenti: nelle campagne elettorali le bandierine sono tutte prodotte in Cina. Il problema dell’Europa è che l’economia produttiva è stata trascurata a favore della finanza: è questa la coda che muove il cane.

Prima di arrivare, l’addetto stampa ci aveva avvisato che avevamo a disposizione un’ora e mezzo al massimo e anche a Jordi Socias serve un po’ di tempo per le foto. Con un gesto d’impotenza, spengo il registratore e dico a Mujica, al presidente dell’Uruguay, a Pepe, come lo chiamano gli uruguaiani: “Sa, il fatto è che non sono bravo con le interviste. So raccontare quello che mi succede. Se mi permettesse di fare colazione con lei domani e di accompagnarla al lavoro per vedere come si muove e quello che fa, sarebbe diverso”.

Cala un po’ d’imbarazzo: Mujica e il suo addetto stampa non capiscono perché dall’altro capo del mondo abbiano spedito un giornalista che non sa fare un’intervista. A quel punto interviene Jordi Socias: “Millàs vuole solo dire che è bravo a raccontare le storie”.

“intanto beviamo qualcosa”, taglia corto il presidente. In cucina Mujica versa del whisky e Sodas si mette al lavoro. Non ho la sensazione di essere in compagnia di un presidente o di un politico importante e mi torna in mente che quest’uomo devolve l’87 per cento del suo stipendio a un progetto di case per i poveri. Gli chiedo se gli resta ab-bastanza per vivere e lui risponde di sì: dopo aver contribuito alle spese del partito, a lui e alla moglie restano quarantamila pesos (duemila euro).

Sua moglie è Lucia Topolansky, senatrice ed ex guerrigliera tupamara, anche lei detenuta durante la dittatura. Si erano conosciuti due mesi prima di essere arrestati e quando sono usciti, tredici anni dopo, sono andati a vivere insieme. Si sono sposati nel 2005 per avere tutti i documenti in regola, perché ormai hanno una certa età e non si può mai sapere. Li ha sposati un giudice proprio in questa cucina, da gente povera, ma molto pulita, “perché il vantaggio di avere una casa cosi piccola”, spiega Mujica, “è che tra me e mia moglie spazziamo e ri-ordiniamo tutto in un lampo”.

Di lampi ce ne sono anche fuori, e parecchi. Il presidente della repubblica cede comunque alle preghiere del fotografo ed esce per farsi scattare qualche foto, perché dentro casa non c’è abbastanza luce. Per fortuna ha smesso di piovere. Quando rientra, Mujica ride di continuo, come se gli sembrassimo un po’ buffi. A un certo punto mi guarda e poi ci invita il giorno dopo a visitare la Torre ejecutiva, in plaza Independencia, dove si trova il suo ufficio. Accettiamo e gli assicuriamo che arriveremo puntuali alle undici. Poi MUJICA sprofonda nel suo retrobottega e quando riappare ci chiede di accompagnarlo, il sabato seguente, ad Anchorena, la residenza estiva dei presidenti dell’Uruguay.

NOSTALGICI E MALINCONICI

Torniamo in albergo contenti, lasciamo le nostre cose e usciamo a fare una passeggiata: è a questo punto che incontriamo il signore dall’aria benestante secondo il quale non dovremmo avvicinarci al mercato. Il giorno dopo, sempre con una pioggia e un vento tropicali, andiamo a trovare il presidente nel suo ufficio e lo troviamo impegnato in una diretta radiofonica. Sta parlando dei fenomeni climatici estremi che in questi giorni hanno colpito l’Uruguay rovinando i raccolti, allagando diverse zone del paese e distruggendo le strade. MUJICA parla della siccità, delle inondazioni e delle nevicate in luoghi impensabili e spiega che, per colpa del cambiamento climatico, è aumentato il livello del mare e alcune isole dei Caraibi in un giorno hanno perso uno o due punti del pil. Sostiene che abbiamo bisogno di politi-che globali, ma il mondo oggi è preso da cose che considera più urgenti. Paragona il cambiamento climatico e le tempeste finanziarie, spiega che tra il 2001 e il 2002 in Uruguay un cataclisma economico ha por-tato il 40 per cento della popolazione sotto la soglia di povertà e la responsabilità è sta-ta del sistema finanziario lasciato a se stesso. “Adesso nel nostro paese”, afferma MUJICA, “potranno esserci dei temporali, ma non tempeste economiche, perché il sistema finanziario è sotto controllo”.

Il presidente chiude la conversazione radiofonica e ci invita a sederci. L’ufficio, sei o sette volte più grande della sua casa, è luminoso, ha i soffitti alti, ma è un po’ impersonale. A proposito delle tempeste finanziarie di cui ha parlato alla radio, Mujica ricorda quella del 2002, all’epoca della crisi argentina. “Eravamo a terra”, racconta, “poi abbiamo deciso di mettere sotto controllo il sistema finanziario. Le banche straniere, come la spagnola Santander, sono presenti ovunque in Uruguay, ma non possono fare niente: le teniamo in pugno. Abbiamo alcune banche dello stato che sono di gran lunga più forti”.

Su una prolunga del tavolo alla destra di Mujica sono esposti diversi oggetti, tra cui il modellino di un treno ad alta velocità.

“Sono quasi tutti regali dei cinesi. Mi propongono una ferrovia e per convincermi mi portano un modellino come questo. Forte, vero?”.

“Le hanno proposto di costruire una ferrovia?”.

“Sì, più di una. Il paese è cresciuto e abbiamo un serio problema di trasporti. Dobbiamo risolverlo e faremo affari con i cinesi, che sanno costruire le ferrovie”.

“I CINESI STANNO COMPRANDO TUTTO”.

“Ma noi non vendiamo le terre e ne venderemo sempre meno. Faremo attenzione alla terra e all’acqua, perché sono le materie prime più preziose. Questo è un paese piccolo, ma il 90 per cento del territorio è produttivo. Non si può vendere un pezzo di terra coltivabile come se niente fosse: non ne restano mica tanti nel mondo. La popolazione aumenta e vuole vivere sempre meglio, e oggi il settore alimentare, che era finito in secondo piano, è tornato alla ribalta”.

Dopo aver visitato la Torre ejecutiva salutiamo José Mujica dandoci appuntamento a sabato per andare ad Anchorena, la località del dipartimento di Colonia dove si trova la residenza estiva del presidente.

L’Uruguay è un paese piccolo e le sue coste sono bagnate dall’oceano Atlantico e dal rio de la Piata. Confina a nord con il Brasile e a ovest con l’Argentina. Osservando la mappa del cono sud latinoamericano – dove per convenzione il nord sta sopra e il sud sotto – e considerando che la forza di gravità spinge verso il basso ciò che è in al-to, l’Uruguay sembra spinto verso il mare da quei due giganti. Questa situazione a incastro provoca in alcuni uruguaiani delle convulsioni claustrofobiche che in parte spiegano la lunga storia di emigrazione del paese. È un posto da cui bisogna andare via, anche se negli ultimi anni sembra che sia diventato un paese dove tornare. L’Uruguay ha poco più di tre milioni di abitanti e la metà vive nella capitale, Montevideo.

Forse perché sembra davvero incastrato tra l’Argentina, il Brasile e l’oceano, forse per le sue dimensioni, per il suo clima, perché è un paese formato quasi al 90 per cento da emigrati europei o forse per tutti que-sti fattori insieme, gli uruguaiani esagerano sempre verso il basso (così come gli argentini esagerano sempre verso l’alto). Se è vero, come recita un proverbio, che un argentino si suicida lanciandosi nel vuoto dall’alto del suo Io, saltando dal suo Io un uruguaiano si romperebbe a malapena una gamba. Insomma, l’Uruguay è un paese con una scarsa autostima.

Sono solo luoghi comuni, penserete. È vero, ma sono così presenti nella vita quoti-diana, nelle conversazioni e nelle letture degli uruguaiani che è importante prenderli sul serio. A volte sembra che l’unica ragione di esistere dell’Uruguay sia quella di fare da contrappunto all’Argentina. Non siamo qui per stabilire se il cantante e compositore Carlos Gardel fosse argentino o uruguaiano: pare che fosse uruguaiano, anche se prese la cittadinanza argentina nel 1923.

Gli uruguaiani, insomma, sarebbero nostalgici, malinconici, addirittura tristi. L’Uruguay- e questo è un dato di fatto – ha il tasso di suicidi e di morti per tumore più alto dell’America Latina. Perché allora a di-cembre del 2013 l’Economist l’ha scelto come paese dell’anno “per la sua ricetta della felicità umana”? I giornalisti del settimanale britannico hanno forse perso la ragione? Assolutamente no. E questo non perché negli ultimi tre anni il governo ha depenalizzato l’aborto, ha legalizzato i matrimoni omosessuali e la produzione, il possesso e la vendita di marijuana. Sono tutte riforme importanti, ma sono solo la punta dell’iceberg. I cambiamenti pro-fondi, forse meno plateali, che hanno reso possibile tutto il resto, sono stati altri.

Nel 2005, quando la coalizione di partiti di sinistra Frente amplio ha vinto le elezioni, l’Uruguay era in pieno declino per le conseguenze della crisi economica argentina del 2002 e le politiche neoliberiste dei governi passati. La disoccupazione era così alta che il 40 per cento della popolazione viveva sotto la soglia di povertà. Il salario reale era crollato, molti uruguaiani emigravano, l’inflazione aveva raggiunto livelli altissimi e il debito estero sembrava troppo grande per essere risanato. Nove anni dopo, la disoccupazione è scesa al 6,5 per cento e ! gli stipendi hanno di nuovo lo stesso potere d’acquisto degli anni precedenti alla crisi. Secondo uno studio della rivista Americas Quarterly, oggi l’Uruguay è in testa alla classifica d’inclusione sociale del continente americano, davanti al Cile e agli Stati Uniti.

Il primo governo del Frente amplio, guidato da Tabaré Vàzquez (presidente da! 2005 al 2010) e con José Mujica ministre! per l’allevamento, l’agricoltura e la pesca. I ha promosso a tempo di record una serie di piani di sviluppo che hanno creato occupa-zione. Ha garantito diritti che si erano persi durante l’epoca liberista, ha introdotto il salario minimo e condizioni d’impiego più dignitose, e ha approvato delle leggi importanti per la tutela del lavoro: oggi nei campi non si lavora più dall’alba al tramonto, ma per otto ore. Il governo ha fatto nuovi investimenti (in Uruguay ci sono le due cartiere più grandi del mondo, e il governo ha in progetto la terza). E mentre scrivo questo reportage, il paese sta firmando un accordo con una multinazionale per estrarre il ferro dalle miniere, che daranno un impiego a molte persone per quindici o vent’anni (progetto Aratiri).

Nel 2009 José Mujica ha vinto le elezioni e ha mantenuto la linea economica del suo predecessore, puntando però su alcune questioni sociali. Con una parte dei profitti del Banco de la República, il presidente ha creato un fondo per finanziare iniziative comunitarie di economia sociale: lui la chia-ma “ricerca di modelli di sviluppo alterna-tivi al capitalismo”. Sono cooperative o iniziative simili che devono rendere conto del loro andamento e sono sottoposte a rigidi controlli da parte di economisti ed esperti.

In questi anni Mujica ha fatto molto an-che per chi, nell’epoca di maggiore povertà, è andato a vivere nei dintorni della capitale. Ha approvato dei piani di emergenza per evitare che queste persone uscissero dal sistema, prima con interventi assistenziali, poi con programmi di costruzione partecipata di case, asili e ambulatori. Alcuni insediamenti abusivi sono stati legalizzati e oggi i loro abitanti hanno accesso ai servizi di prima necessità. Il tasso di disoccupazione, molto basso, ha contribuito al reinserimento sociale di questi gruppi, che in teoria erano condannati all’emarginazione. In Uruguay ci sono il salario minimo (360 euro) , un sistema sanitario pubblico, un buon sistema pensionistico e l’analfabetismo è assente. Il 98 per cento della popolazione ha accesso all’acqua potabile e il 70 per cento ha un collegamento al sistema fognario. L’Uruguay è il principale esportatore di software dell’America Latina e si sta interessando alla biotecnologia perché è utile per il settore agricolo, zootecnico e alimentare.

E, ciliegina sulla torta, il paese ha un presidente che ha il coraggio di vivere come predica.

QUALCHE CRITICA

Quindi l’Uruguay è un posto idilliaco? Ovviamente no. Le cartiere, per esempio, han-no causato problemi di deforestazione nel paese, che si presenta come una pianura leggermente ondulata, senza un solo rilievo. Per il programma di rimboschimento del 2 per cento del territorio sono stati usati soprattutto gli alberi di eucalipto, una specie odiata dagli ambientalisti perché richiede molta acqua, danneggia il terreno e minaccia la biodiversità. Un’altra grande iniziativa del governo MUJICA, la miniera di ferro a cielo aperto del progetto Aratiri, ha attirato critiche e denunce per l’impatto negativo sull’ambiente. La popolarità del presidente è comunque buona: pochi dubitano che il Frente amplio vincerà di nuovo le elezioni nel 2015.

La sera, quando rientro in albergo, squilla il telefono. È l’ufficio della presidenza: mi spiegano che MUJICA non si sente bene e de-ve annullare la visita ad Anchorena. Il cambiamento di programma ci obbliga a riorganizzare il viaggio. Diamo per scontato di non rivedere più il presidente e passiamo i giorni successivi a camminare per Montevideo, a conoscere il paese e a parlare con la gente. Un paese si conosce in molti modi, per esempio comprando le sigarette e leggendo le campagne antifumo sui pacchetti. Jordi Socias e io in Spagna non fumiamo, ma abbiamo la sciocca convinzione che all’estero un po’ di tabacco non ci faccia cosi male. Dopo aver fumato e visitato lo zoo, affittiamo un’auto per andare nell’entroterra: più di una volta le tempeste tropicali ci portano a un passo dal naufragio. L’entroterra dell’Uruguay è identico a se stesso, un terreno semi pianeggiante dalle linee morbide che, se si guarda dal finestrino, dà la sensazione di trovarsi su una nave. Da una parte e dall’altra della strada sfilano campi coltivati a cereali come soia, mais e riso.

Ogni tanto spunta una mandria di mucche o un gregge di pecore. Si possono percorre-re decine di chilometri senza incontrare un altro essere umano, una casa, un paesino o una stazione di servizio. Vorremmo arrivare alla frontiera con il Brasile, ma non ne abbiamo il tempo.

Le persone ci chiedono come ci è sembrato Pepe e noi rispondiamo rivolgendo a loro la stessa domanda. Capiamo che la percezione di Mujica all’estero non coincide perfettamente con quella degli uruguaiani (nessuno è profeta in patria). Con la cautela necessaria di fronte a qualsiasi generalizzazione, mi sembra che le classi me-die e alte trattino Mujica con una certa con-discendenza: sono grate al presidente per aver fatto conoscere l’Uruguay nel mondo, ma trovano il suo stile di vita alquanto pittoresco. Le classi più ricche, insomma, non approvano del tutto il fatto che il presidente viva in modo semplice o appaia sulle tv di mezzo mondo con i pantaloni della tuta arrotolati fino al ginocchio (soffre di problemi

di circolazione e tenere le gambe scoperte lo aiuta).

Nessun uruguaiano nega, però, che durante il suo mandato il paese sia cambiato in meglio. Qualcuno critica la sua politica economica e gli rimprovera il fallimento della riforma dell’amministrazione e della scuola, promesse in campagna elettorale. C’è anche chi si lamenta della mancanza di sicurezza, anche se devo ammettere che in nessun momento del viaggio abbiamo corso qualche pericolo.

SONO TUTTI UGUALI

A metà settimana riceviamo una telefonata dall’ufficio della presidenza. Ci dicono che MUJICA si scusa per non aver potuto mante-nere la promessa di portarci ad Anchorena e, se siamo d’accordo, ci invita per venerdì. Gli diciamo di si, certamente, e ci accordiamo per farci venire a prendere all’una in al-bergo. Il piano è questo: passiamo a prendere il presidente a casa e insieme andiamo ad Anchorena, a circa tre ore di distanza, per visitare la tenuta e rientrare in serata. Da qualsiasi punto di vista, il comportamento di Mujica è incredibilmente generoso. L’automobile presidenziale è una Volkswagen di media grandezza senza indizi esterni o interni sull’identità del suo passeggero. “Come vi avevo promesso, andiamo lì, facciamo qualche foto, ci beviamo un bicchiere e poi torniamo”, dice Mujica uscendo di casa con la faccia lavata e i capelli bagnati, come se si fosse appena alzato.

Anchorena è una tenuta di più di 1.300 ettari che un argentino con questo cognome regalò al governo di Montevideo a patto che diventasse la residenza estiva del presidente. Il regalo imponeva alcune condizioni, tra cui il divieto di vendere la proprietà e l’obbligo per il presidente di trascorrere lì almeno trenta giorni all’anno. Sulla strada per Anchorena, Mujica siede vicino all’autista. Socias è seduto dietro all’autista, con la macchina fotografica puntata, e io sono dietro a Mujica.

“Cosa le è successo sabato scorso?”, chiedo al presidente.

“Dovevo scavalcare un fossato, pioveva, mi sono bagnato e mi è venuto il raffreddo-re. Ho preso qualche medicina e faccio un po’ di aerosol”.

Durante il tragitto, Mujica dice che la pioggia gli ha giocato “proprio un brutto tiro”. Poi ci racconta che è nato in una chacra e ha passato un sacco di tempo a studiare gli allevamenti di tutto il mondo per conoscere la ricchezza più grande del suo paese.

“Qui”, afferma indicando un punto del paesaggio, “stanno costruendo una facoltà di veterinaria”.

Mujica spiega che per prima cosa i vecchi anarchici fondavano una biblioteca e una tipografia, che dal 1900 al 1920 gli anarchici ebbero una grande influenza in Uruguay e poi abbandonarono l’anarchia, ma continuarono a preoccuparsi della questione sociale. Sono stati gli anarchici, racconta il presidente, a creare i sindacati.

“Mio padre morì quando avevo sette an-ni. Vivevo in una chacra molto piccola insieme a mia madre. Poi le fattorie hanno cominciato a sparire e sono arrivati i quartieri operai: era un paesaggio pieno di tute blu. In quel periodo sono entrato in politica. Alle superiori ho militato in un’organizzazione libertaria. Il nostro slogan era: ‘Fatti cacciare dal lavoro perché lotti, non perché lavori poco’. Invece gli anarchici moderni lottano per non lavorare”.

“Questa parte qui”, continua Mujica in-dicando le punte della pianta di soia, “è di-ventata così a causa della pioggia: ha piovuto così tanto che si è sciolto l’azoto, che è molto solubile in acqua”. Tre tonnellate di soia a ettaro, sostiene, equivalgono a 1.500 dollari lordi. “Il valore netto è cinquecento dollari”. Secondo il presidente uruguaiano, credere al dollaro è come credere a Babbo Natale o andare da un tappezziere che misura i tessuti con un metro di gomma allungabile e accorciabile a suo piacimento. MUJICA si definisce ateo, ma dà molta importanza filosofica e politica alla religione: “Essere ateo non mi ha mai creato nessun problema, perché sono uruguaiano. José Luis Batlle (presidente dell’Uruguay dal 2000 al 2005) era profondamente anticlericale, scriveva dio con la minuscola. Io non lo sono”.

Vista da vicino, Anchorena è ancora più bella, se possibile, di quello che ci hanno raccontato: è il paradiso. È un edificio enorme dei primi del novecento, con gli ambienti perfettamente conservati. La grande cucina ricorda un romanzo di fine ottocento e nei bagni il pavimento e i sanitari sono ancora quelli originali. Il presidente Mujica ci guida da una stanza all’altra con un’espressione incredula, come se ancora non si fosse abituato a quello spreco. Quando trascorre il fine settimana qui con la moglie, alloggiano in una dépendance vicina che un tempo serviva per gli invitati e che loro chiamano el hotelito.

Dopo aver bevuto una bibita, Mujica si mette al volante di una specie di fuoristrada su cui saliamo anche io e Socias, e insieme ci perdiamo per l’enorme tenuta. Davanti all’auto passano ogni tanto dei branchi di cervi: sono centinaia, forse migliaia. La situazione sembra davvero assurda: nessun presidente di nessun paese del mondo farebbe a meno della scorta su un tragitto non privo di rischi e con due sconosciuti a bordo. Si vedono alberi, piante e arbusti di ogni tipo, e il fuoristrada procede come per miracolo tra la sterpaglia e le buche, sulla terra umida dopo le piogge degli ultimi giorni.

Quando ci fermiamo, chiedo a MUJICA quanti soldi ha con sé. Pepe tira fuori dalla tasca posteriore dei pantaloni un vecchie portafoglio: “Venti o trentamila pesos”, risponde sbirciando dentro. “Io mi occupo della spesa e compro quello che serve per casa. Non ho carte di credito, perché pago tutto in contanti. Una volta sono andato in un negozio di motorini per comprare una Vespa e il commesso mi ha proposto di pagarla a rate. Poi ho capito che non voleva vendermi la Vespa, ma il credito. L’ho pagata in contanti, ma non sono riuscito a farmi fare re più di cento dollari di sconto”.

Il portafoglio del presidente della repubblica dell’Uruguay è pieno di foglietti con appunti e numeri, forse telefoni annotati di fretta. Noto che ha anche qualche dollaro.

“E quelle banconote?”, gli chiedo.

“Ah”, risponde, “me le porto dietro per qualsiasi evenienza quando vado all’estero. Ma non le spendo mai, perché appena scendo dall’aereo c’è sempre qualcuno che mi viene a prendere e mi accompagna da ogni parte. Di sicuro sono i dollari che hanno viaggiato di più al mondo”.

La nostra gita, invece, si conclude su una piccola spiaggia della costa del rio de la Piata: in lontananza si vede Buenos Aires. Un pino è stato sradicato dal vento ed è sopravvissuto affondando le radici nella sabbia. “Sembra incredibile ma non ci prendiamo cura della vita, che è solo una parentesi. Abbiamo tutta l’eternità per non essere”, dice il presidente. Sulla strada del ritorno Mujica ci fa vedere le mucche e le stalle. La sua idea è di trasformare Anchorena, che dà lavoro a una ventina di persone, in una tenuta auto-sufficiente.

Il pomeriggio termina a Colonia, il capoluogo del dipartimento a cui appartiene Anchorena e da dove partono i traghetti per Buenos Aires. Siamo seduti sulla terrazza di una caffetteria e Mujica diventa proprietà delle persone che si avvicinano, lo baciano, lo toccano e gli chiedono di risolvere qualche problema. In un secondo il tavolo si trasforma in un ufficio dove il presidente prende nota di tutte le richieste dei cittadini.

“È importante togliere quest’aura sacrale alla presidenza”, mi dirà dopo Mujica. “È una scelta politica, per il bene del sistema repubblicano. La distanza tra i politici e i cittadini sta creando molta sfiducia e non c e malattia peggiore della gente che non crede al proprio governo. Di quando qualcuno dice: sono tutti uguali. E invece none così”,

MI SEMBRA CHE LE CLASSI ALTE SIANO GRATE AL PRESIDENTE PER AVER FATTO CONOSCERE L’URUGUAY NEL MONDO, MA TROVANO IL SUO STILE DI VITA PITTORESCO

L’AUTORE

*Juan José Millàs è uno scrittore e giornalista spagnolo nato nel 1946. Il suo ultimo libro è La mujer loca (Seix barrai 2014).

DA SAPERE

CINQUE ANNI DI RIFORME

♦ Il 29 novembre del 2009 l’ex guerrigliero tupamaro José “Pepe” Mujica Cordano, del partito al governo Frente amplio, vince le elezioni presidenziali con più del 52 per cento dei voti.

♦ 2011 II parlamento approva la revoca di una legge di amnistia che proteggeva i militari dai procedimenti penali per i crimini commessi durante la dittatura (1973-1983).

♦ 2012 L’Uruguay diventa, insieme a Cuba, l’unico paese dell’America Latina a legalizzare l’aborto per tutte le donne. Oggi l’interruzione di gravidanza è ammessa entro la dodicesima settimana.

♦ 2013 II parlamento legalizza i matrimoni tra le persone dello stesso sesso: l’unico altro paese del Sudamerica ad averlo fatto è stata l’Argentina nel 2010. Le coppie omosessuali si possono sposare anche a Città del Messico.

♦ Il 10 dicembre del 2013 il parlamento dell’Uruguay è il primo al mondo a legalizzare la produzione, la vendita e il consumo di marijuana per uso ricreativo. Secondo il governo, la riforma è un passo avanti nella lotta al narcotraffico. Ma l’u dicembre 2013 l’agenzia delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine dichiara che, con questa norma, Montevideo viola le convenzioni internazionali sul controllo delle sostanze stupefacenti. Bbc

DA SAPERE

IL LAVORO

Tasso di disoccupazione in Uruguay, %

2006 = 10,9

2007 = 9,2

2008 = 7,7

2009 = 7,3

2010 = 7,2

2011 = 6,3

2012 = 6,5

Fonte istituto nazionale di statistica

( di Juan José Millàs, El Pais Semanai, Spagna )

Il reportage è stato pubblicato sul settimanale INTERNAZIONALE . 1/8 Maggio 2014, e ripreso da  Notizie Emigrazione

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