CHICK COREA & The Spanish Heart Band

Con il bellissimo album “Antidote” (Universal) Chick Corea torna alla sue radici latine, in un ideale seguito (aggiornato) dei suoi celeberrimi album di quarant’anni fa: “My Spanish Heart” e “Touchstone”, dai quali riprende alcuni temi (primo fra tutti Armando’s Rhumba”, qui trasformato in un travolgente brano in stile merengue). Antidote è un cd quasi esclusivamente acustico, in cui la ‘Spanish Heart Band’ spazia fra tutti i generi latino/contemporanei, dal flamenco alla musica cubana, dal Venezuela a Panama al Latin jazz fino al Brasile con la bossa nova Desafinado.

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Cuba/ MARIALY PACHECO, le donne conquistano il jazz afro-cubano

1. marzo 2019 – 00:53No Comment
Cuba/ MARIALY PACHECO, le donne conquistano il jazz afro-cubano
CUBA a SOLAROLO (comune in provincia di Ravenna dov’è cresciuta Laura Pausini), per il primo concerto del foltissimo calendario Latin di Crossroads! Il via nel suggestivo Oratorio dell’Annunziata, domenica 3 marzo 2019 alle ore 21, con il duo della pianista cubana MARIALY PACHECO e del percussionista marocchino Rhani Krija per presentare il progetto MaroCuba: fusione di jazz afrocubano e ritmi e colori del Marocco. Segue intervista alla compositrice avanera apparsa su Musica Jazz (giugno 2018).

Vien da chiedersi perchè, tra tanti strepitosi percussionisti cubani o latinos, Marialy abbia scelto Rhani al suo fianco per questo duetto:”Semplicemente perchè lo conobbi in Germania – risponde Marialy – e mi affascinò il suo multipercussionismo, diverso da quello dei cubani;Rhani Krija  è un percussionista completo di world music, lavora con Sting, e offre colori bellissimi del Marocco, dell’Africa del Nord. Il suo drumset è molto esotico, mi piacciono molto i colori nella musica e allora l’ho preferito ai timbales o a una conga cubani. Poi se vogliamo là ci sono molte delle nostre radici, è la Madre Africa e le esperienze con le musiche del mondo arricchiscono molto il mio modo di fare jazz“.
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da “Musica Jazz,giugno 2018”:

Marialy Pacheco

Le donne conquistano il jazz afro-cubano.

La brillante pianista e compositrice dell’Avana, da tempo residente in Europa, si sta imponendo come una presenza molto significativa nel panorama jazzistico internazionale. Ecco la sua storia.

 

Una ventata di novità nel latin jazz arriva dall’universo femminile. Vocalist e artiste del Brasile a parte (che è un continente a sé), sono in crescita le mujeres strumentiste che non solo si cimentano con il jazz en clave (di scuola afrocubana) ma che sono anche leader di gruppi come Jane Bunnett, Rebeca Mauleon o Michele Rosewoman, per citarne alcune. Dall’inizio del nuovo millennio in questo senso qualcosa sta cambiando anche nel mondo musicale cubano, notoriamente ««machista», dove il jazz sta emergendo al femminile, e quindi vedere una donna al timone non è più una rarità come dimostrano la multistrumentista Bellita (Jazztumbatà), la percussionista Brenda Navarrete, la batterista Yissi Garcia, la violinista Yilian Cañizares. Alla lista aggiungiamo la pianista Marialy Pacheco che dal 2005 è entrata nella comunità dei musicisti cubani, che da alcuni anni hanno scelto di vivere in Europa (snobbando gli States) perché dall’osservatorio europeo riescono a vedere meglio le proprie radici per combinarle poi con altre culture attraverso il filtro del jazz.

Nata e cresciuta all’Avana, trentacinquenne, figlia d’arte, pianista e compositrice, Marialy Pacheco vanta una forte e rigorosa preparazione di musica classica. Strumentista smagliante, suono brillante e cristallino, tecnica magnifica, mano sinistra straordinaria da grande virtuosa, con grande personalità interpreta opere di diverse scuole. Infatti prima si è nutrita di Bach, Chopin, Beethoven, Cervantes, Saumell, poi di Ernesto Lecuona, Emiliano Salvador, Art Tatum, Keith Jarrett, Chucho Valdés, e ciò le consente di conciliare agilmente musica classica, tradizione afrocubana, jazz, world e canzone. Le sue dita saltellano e volano sulla tastiera con una facilità sconvolgente passando rapidamente dall’intimismo del bolero all’esuberanza del montuno, dominando perfettamente il concetto di clave e i codici del jazz. Insomma, una pianista in grado di conferire ad ogni nota il giusto peso e il colore più appropriato conferendo contributi moderni al neo-latin jazz. Ma anche una donna forte, schietta, che, da bonita qual è, ha raggiunto traguardi importanti senza l’aiuto di sponsor, rifiutando promesse fasulle da uomini che contano: «Io voglio essere valutata per le mie qualità professionali e non mi faccio comprare per una villa con piscina», ci racconta Marialy in questa intervista, che ripercorre la sua carriera e presenta il suo ultimo cd, «Duets», dove è lei a dirigere con la bacchetta i duetti con jazzisti virtuosi (tutti maschi), tra cui Omar Sosa, Hamilton de Holanda e Miguel Zenón, ma è sola una coincidenza.

 

In Italia hai già suonato, tuttavia sei ancora poco conosciuta in ambito jazz. Cominciamo con un tuo profilo e com’è nata la tua relazione con il pianoforte?

Il mio nome completo è Marialy Pacheco Campos, nata nel 1983 a La Habana e sono cresciuta nel quartiere Luyanó in una famiglia di musicisti: mia madre è direttrice di coro, mio padre è stato molti anni cantante d’opera e mia zia è chitarrista. Quindi ho respirato musica fin dalla culla e la mia relazione con il pianoforte è scaturita all’età di sette anni dopo un concerto visto con mio padre e da lì cominciai a studiarlo al Conservatorio Alejandro García Caturla, poi a quindici presso la Escuela Nacional de Artes e infine ho completato la preparazione accademica studiando composizione all’Instituto Superior de Artes, l’Università cubana della musica.

Quali erano i musicisti e compositori maggiormente studiati? E tra questi c’erano anche i cubani Espadero, Cervantes, Fuentes, Roldán o altri ancora?

Ovviamente si studiano tutti i grandi compositori classici universali, Bach, Mozart, Chopin, Beethoven, ma dei nostri ho studiato soprattutto nel repertorio pianistico Cervantes, Saumell e Lecuona. All’esame dovevamo portare sempre un’opera cubana e allora io ho eseguito un’opera di Ernesto Lecuona, un’artista che ho amato moltissimo.

 

Marialy Pacheco -Rhani Krija

E la riprova che il tuo cuore batte ancora da quelle parti sta in Gitanerias e La Comparsa, due suoi famosissimi motivi presenti nel tuo ultimo cd, «Duets», di cui parliamo tra poco. Lecuona, oltre ad essere considerato il Franz Listz di Cuba era soprannominato anche il «Gershwin cubano», e allora ti chiedo: come giovane pianista cosa rappresenta per te George Gershwin, che è stato il compositore statunitense più conosciuto al mondo nel secolo scorso, autore di canzoni tra le più suonate nel jazz e anche un eccellente pianista? Tra l’altro Lecuona e Gershwin si conobbero a Parigi e quest’ultimo si congratulò con il pianista cubano definendolo in quell’occasione il miglior interprete della sua Rhapsody in Blue, poi entrambi erano attratti dal folklore afro, ma mi fermo qui perché si aprirebbe un altro capitolo interessante sulle similitudini dei due musicisti.

I brani di Lecuona citati e interpretati in «Duets» oramai sono diventati dei classici del repertorio di grandi musicisti jazz cubani e non solo. In effetti Lecuona portò per primo sul pentagramma e sulla tastiera i colori dei tamburi afrocubani e quindi confermo quello che hai detto perché mi ha rinfrescato un po’ la storia. Lecuona lo consideriamo il nostro Listz e teniamo presente che la musica di Listz per piano risultava molto difficile da suonare perché conteneva diverse ottave e decime. E anche Lecuona scriveva come l’ungherese essendo facilitato dall’avere mani molto grandi poi le sue musiche avevano degli accordi a volte impossibili da suonare e quindi bisognava suonarli con due mani. Per quanto concerne Gershwin confesso i miei limiti sul suo lavoro, non l’ho studiato, ma conosco le sue esperienze sinfoniche di Rhapsody in Blue, An American in Paris, successi che contemporaneamente lo resero celebre e ricco, ma ricordo anche songs miracolose come The Man I Love,I Got Rhythm , Summertime, e non dimentico Porgy and Bess e Cuban Overture.

 

A proposito, facciamo chiarezza su Cuban Overture: non ricordo dove, ma si parlava in origine di un’opera a tempo di rumba, mentre all’ascolto è nitidamente son. Purtroppo all’epoca, e fino a pochi anni fa, c’era un pressapochismo spaventoso e si prendevano scorciatoie per esigenze commerciali facendo diventare tutto rumba, poi salsa e…

Effettivamente è così e questo ha generato solo confusione a chi non conosce la nostra cultura musicale.

 

Veniamo al jazz. E’ vero che sei la prima importante donna del pianismo jazz cubano? Pianismo che tra l’altro annovera talenti come Chucho Valdés, Gonzalo Rubalcaba, Omar Sosa, Hilario Durán, o più vicini alla tua generazione, Roberto Fonseca, Harold López Nussa, Alfredo Rodríguez, David Virelles e altri. E qual è il primo gruppo cubano con cui hai suonato?

Prima di tutto mi preme dire che mi sono avvicinata al jazz con il disco di Keith Jarrett «Köln Konzert», album che mi cambiò la vita perché fino a quel momento io avevo studiato solo piano classico e quell’ascolto mi aprì un nuovo universo musicale. Quindi Jarrett è stato il mio primo grande mentore e uno dei miei pianisti jazz preferiti. Prima pianista cubana di jazz? Nella storia del jazz a Cuba non conosco nessuna donna musicista di jazz, se non qualche cantante. Della mia generazione poi non ricordo altre pianiste o strumentiste di jazz.

Nel jazz cubano sono gli uomini a dominare la scena e le donne pianiste sono molto rare, però dobbiamo ricordare alcune strumentiste come la versatile Bellita (all’anagrafe, Lilia Exposito Pino), pianista, percussionista e cantante, alla testa di Jazztumbatà, e che se non erro fu tastierista proprio di Mezcla. In generale va ricordata la sassofonista-flautista Lucia Huergo (scomparsa da qualche anno), Yusa (nome d’arte di Yusimil López Bridón), multistrumentista; e della generazione più vicina alla tua: Tamara Castaneda, vibrafonista, percussionista, gruppo Maqueque, Brenda Navarrete e altre ancora.

Certo, ma io parlavo soprattutto di pianisti e con una carriera internazionale. Completando la risposta di prima, vorrei dire che la lista dei jazzisti che hanno alimentato la mia curiosità pianistica è lunga ma in breve cito il leggendario Emiliano Salvador (scomparso prematuramente) poi Gonzalo Rubalcaba, Chucho Valdés, Michel Camilo, Omar Sosa, Roberto Fonseca e i mostri come Oscar Peterson, Art Tatum, Brad Mehldau, Herbie Hancock, Bill Evans. Il primo gruppo con il quale ho suonato all’Avana? Mezcla del chitarrista statunitense-cubano Pablo Menéndez, gruppo storico che si muove tra jazz, afrocubano e rock, a volte con sound ballabile. Il mio primo disco invece si chiama «Bendiciones» e lo registrai a Cuba come parte del Premio JoJazz che vinsi nel 2002.

 

Marialy Pacheco -Rhani Krija

A proposito di ballabilità. A Cuba esiste una relazione stretta tra musica e danza, tra musicista e ballerino, a partire dalla rumba per arrivare alla timba. Tu che sei cresciuta con i classici hai avuto un rapporto sano con la calle, voglio dire con il barrio e i ritmi sensuali afrocubani?

Io ho vissuto in un ambiente soprattutto di musica classica e il mio primo incontro con il jazz è avvenuto all’età di quindici anni. Per me però è stato sempre molto importante avere un legame con la musica popolare cubana e afrocubana, rumba , guaguanco, columbia, guaracha fino alla timba jazz, iniziata se vogliamo da Irakere, e alla fine è stato utile anche per arricchire il mio modo di diventare jazzista. Ricordo da piccola i gruppi che spopolavano in quel periodo, ossia la Charanga Habanera, Los Van Van, NG la Banda… ma realmente non avevo coscienza di quanto stava succedendo musicalmente parlando. Poi crescendo hai la capacità di analizzare e capire l’importanza di arrangiamenti già molto evoluti nei repertori di quelle band di musica ballabile. Claro que si, siempre! Dalle feste di scuola ai miei compleanni con parenti e amici ho sempre ballato salsa cubana, ma non so dirti come ho imparato la rueda de casino e gli altri stili. E’ molto vero quello che dici, danza e musica si mescolano e i pianisti cubani – che si formano nel conservatorio e contemporaneamente frequentano la calle, i locali di salsa – assorbono tutto come delle spugne, rendendoli così artisti molto speciali, poliedrici, in grado di suonare agilmente Bach, Mozart, jazz, blues e di fonderli con la musica popolare che hanno nel dna.

 

Completiamo il discorso sui premi. Dopo JoJazz è arrivato anche Montreux, che tra l’altro fu vinto prima di te da altri due tuoi connazionali, Harold López Nussa e Rolando Luna. E, per la cronaca, quella competizione ha cambiato la vita a un altro tuo collega, Alfredo Rodríguez, nonostante il suo secondo posto dietro López Nussa grazie a… Te lo ricordi chi fu?

Sì, Quincy Jones che restò molto impressionato dal tocco di Alfredo, e da lì si è aperta una fortunata carriere. Io invece ho vinto il Montreux Jazz Piano Solo Competition nel 2012 e mi sento orgogliosa anche per il fatto di essere stata la prima donna vittoriosa nei quindici anni di storia del concorso. Ci tengo a precisare che io vivevo già in Europa e non ho avuto nessun sponsor e mi sono pagata tutte le spese di partecipazione.

 

Prima donna al Montreux Solo Piano Competion, prima donna nell’attuale pianismo jazz cubano, prima pianista jazz donna in tutto il mondo ad avere il privilegio di «Artista Bösendorfer» dal 2014. Come vivi l’esperienza di essere la prima mujer cubana con riconoscimenti internazionali nel jazz e non solo, e soprattutto pensando alla Cuba socialista dove, nonostante conquiste importanti e pari diritti tra uomini e donne, sono ancora poche le donne al comando di istituzioni importanti? E anche nella musica faticano ad emergere, e correggimi se sbaglio.

E’ una responsabilità e allo stesso tempo un grande orgoglio. E’ difficile per me parlare in generale della donna nella società cubana ma personalmente in ambito artistico non farei distinzioni tra uomo e donna, poiché a mio avviso è la qualità che deve emergere non i miei tratti maschili o femminili. E questo vale ovunque nel mondo. Noi dobbiamo sempre misurarci con la qualità, e lavorare molto per sfatare pregiudizi, le altre promesse che ti possono fare sono fasulle e a volte indecenti, e sappiamo bene che esistono modelli e stereotipi sulle donne: ad esempio, io credo di essere bonita, carina, mi faccio notare in scena con un certo abbigliamento. Allo stesso tempo questo è una bella ma anche brutta cosa, ma io combatto per essere ascoltata per le mie qualità artistiche, con errori e imperfezioni, ma non per la mia presenza fisica. Tanti ti cercano ancora prima di vederti suonare, ti promettono sogni in cambio di…, ma a me non va bene e non lo accetto. Nella società la discriminazione è ancora presente, c’è machismo, maschilismo arrogante.

 

Ti riferisci al caso di Harvey Weinstein, accusato di violenze e molestie sessuali da decine di donne e famose attrici? Non avrei sfiorato quel tema, ma se vuoi dimmi cosa ne pensi sia come donna che come artista. Potremmo invece in breve parlare del machismo di Cuba: senza generalizzare, e con le dovute proporzioni, mi risulta che vi siano anche comportamenti poco edificanti nell’ambiente dello spettacolo cubano, o sbaglio?

Sì, mi riferisco anche a quel fatto che ha creato scandalo mondiale, è una cosa asquerosa, schifosa, degradante quello che è accaduto negli Stati Uniti. Io per fortuna non mi sono mai trovata in situazioni del genere. A Cuba, e tu lo sai, il machismo non è scomparso del tutto, e non nascondo che ci siano alcuni uomini che si approfittano in qualche modo (non così vergognoso come quello del cinema) di alcune donne desiderose di arrivare ai vertici come musiciste illudendole di farle diventare star in cambio di sesso. Agiscono su donne in posizione di debolezza. Io ti parlo della mia esperienza e ti sono molto sincera: ho avuto avances in forma indiretta, ma sono felice di non averle mai accettate perché nessuno può chiedere qualcosa di me in cambio di altro. I traguardi li voglio raggiungere da sola, senza sponsor di alcun genere eccetera; costa molti sacrifici ma io procedo così. Vedi, da quattro anni ho un manager in Germania con il quale c’è un bellissimo rapporto professionale, mi piace come lavora, è serio, e a parte tutto ci frequentiamo in amicizia con i nostri rispettivi partner, siamo una famiglia. Però ci sono hombres con molto denaro che pensano di comprarti con una villa con piscina eccetera, ma io non sono di quelle chicas che si fanno comprare.

 

Apprezzo la franchezza e schiettezza del pane al pane e vino al vino. Ma ora andiamo sul leggero: mi sembra che con «Duets» gliele vuoi cantare bene a los hombres. Infatti il cd raccoglie una serie di duetti con artisti importanti ai tuoi piedi. Allora come ci si sente, una volta tanto, a dirigerli con la bacchetta? E con quale criterio li hai scelti?

Scusami se rido per la tua divertente osservazione ma sono loro ad avermi fatto un regalo. Parliamo del disco: finora avevo inciso in piano solo, in trio e mi mancava il duo. Così ho mandato al mio manager una lista di nomi con i quali desideravo registrare in duo, ma il fatto che siano solo uomini è solo una coincidenza perché avrei voluto incidere anche con Mariza, la cantante portoghese di fado, però non è stato possibile. Quelli coinvolti sono artisti che mi hanno sempre ispirata: suonare con Hamilton de Holanda è stato un mio sogno da quando ho iniziato ad ascoltare i suoi dischi qui in Europa, e pensa che l’ho conosciuto personalmente soltanto il giorno della registrazione, eppoi Omar Sosa.

Con Sosa interpreti El Bola, che apre il disco. Domanda: l’hai conosciuto prima che lasciasse Cuba (1993), periodo in cui tu eri piccina e lui poco conosciuto dai cubani, oppure vi siete trovati in Europa? Tra gli altri, spiccano i duetti con Miguel Zenón su La Comparsa, poi il tedesco Max Mutzke e il marocchino Rhani Krija.

In ordine: è vero che io ero piccola ma avevo un video di Omar in un concerto live che guardavo spessissimo e forse faceva parte del gruppo di Xiomara Laugart, cantante che da tempo vive negli Usa. Quando poi mi sono avvicinata al jazz, Omar è stato un altro dei musicisti che mi hanno ispirata, ho apprezzato il suo lavoro di musicista e compositore. Questo pezzo, El Bola, registrato in un solo take, è un tema scritto da Sosa in memoria di un suo amico flautista scomparso Reinaldo El Bola; la voce melodiosa del sax di Zenón non ha bisogno di commenti. Meno jazzistici sono invece Max, un cantante soul che adoro ed è molto famoso in Germania e nel disco ha preso il posto di Mariza, cantante portoghese di fado, che avevo cercato invano e alla fine ho deciso per Mutzke poiché nel progetto volevo solo una voce. Infine il percussionista marocchino Rhani Krija con un progettino che unisce jazz afrocubano e ritmi e colori del Marocco.

 

Cuba è la base del percussionismo latin, e allora perché cadere su Rhani?

Casualmente conobbi Rhani qui in Germania e mi affascinò il suo multipercussionismo, diverso da quello dei cubani, è un percussionista completo di world music, lavora con Sting, e offre colori bellissimi del Marocco, dell’Africa del Nord. Il suo drumset è molto esotico, mi piacciono molto i colori nella musica e allora l’ho preferito ai timbales o a una conga cubani. Poi se vogliamo là ci sono molte delle nostre radici, è la Madre Africa e le esperienze con le musiche del mondo arricchiscono molto il mio modo di fare jazz. Quindi il modo migliore per unire le nostre due realtà (cubana e marocchina) non poteva che essere su Burundanga, titolo con molteplici significati: melting pot, ajiaco (piatto minestrone con di tutto) e nella religione Yoruba può voler dire anche malocchio. Ma prima che tu me lo chieda ti dico che non sono Santera come Omar Sosa: io sono pragmatica, scientifica, materialista ma ho rispetto per quella cultura.

D’accordo, ma i vari culti sincretici hanno influito dal punto di vista estetico sulla tua musica?

Non direttamente, direi, però come cubana per forza di cose ho respirato sempre in quell’ambiente e confesso che mi piacciono molto la musica e i canti Yoruba, gli intrecci ritmici dei set percussivi, i toques batá. Pertanto sono possibili tali influenze quando compongo, ma tutto ciò in chiave esclusivamente musicale.

 

Cambiamo registro. I musicisti cubani circa un secolo fa cominciarono a sognare e a popolare la grande metropoli del jazz mondiale. Da un po’ di anni invece molti delle nuove generazioni espatriano in Europa: vi sono delle motivazioni culturali alla base di questa scelta di vivere al di qua dell’Atlantico? Ci puoi parlare della tua esperienza?

Io non sono ancora andata negli Stati Uniti e pertanto non mi azzardo a parlare di quel Paese però ho molti amici musicisti che vivono là e preferirebbero l’Europa, perché dicono che è meglio degli Usa e soprattutto ultimamente meglio anche di New York. Dal 2005 vivo in Germania dove sono arrivata la prima volta invitata per registrare un disco e in base a quel progetto decisi di fermarmi lì dove avevo molti amici di mia madre e avevo notate delle buone prospettive professionali. Ho vissuto un po’ a Brema e adesso sono a Dortmund. Musicalmente posso dire che qui c’è una situazione speciale con una tradizione musicale molto forte, sale da concerto stupende e il pubblico tedesco è indubbiamente il mio preferito: è perfetto, rispettoso, competente, e quando suoni una ballad o brani romantici non senti una mosca volare. E se la musica gli piace applaude e si entusiasma come i latinos. Qui ho rischiato tutto ma è andata bene e solo tre anni fa mi sono sposata con un ragazzo tedesco incrociato per caso e ci siamo innamorati. Io non cerco la luna, le mie priorità sono la musica e la mia famiglia.

 

Cos’è la musica da espatriato? E sei tornata a suonare all’Avana e senza problemi burocratici? Nostalgia di Cuba?

Belle domande. Direi che la musica è indiscutibilmente un processo creativo ma anche uno specchio di cosa e come uno vive. E se osservi le diverse esperienze di tanti musicisti cubani come Omar Sosa, Gonzalo Rubalcaba, io stessa ed altri colleghi che viviamo fuori di Cuba da molto tempo ti accorgi che veniamo continuamente influenzati da tutto ciò che ci circonda. E, musicalmente, credo che tutto migliori nostra cultura jazzistica. Sono stata due volte al festival Internazionale del Jazz. Recentemente con il trombettista tedesco Joo Kraus suonando nell’Ambasciata della Germania e nella Sala Cervantes in collaborazione con il festival del Jazz. Poi abbiamo proseguito per suonare nel festival jazz di Port-au-Prince, Haiti, che nonostante tutta la realtà difficile di quel piccolo paese ha un festival jazz molto interessante. Comunque ogni anno vado a visitare i miei famigliari a Cuba perché sento molto la mancanza dei miei parenti e in particolare di mia madre. Durante quei giorni qualche collega mi chiama per condividere il palco e vado sempre con piacere.

 

Prima abbiamo ricordato che sei Artista Bösendorfer. Facciamo un salto nella Cuba della tua infanzia dove credo fosse complicato avere un pianoforte in casa. E’ stato così anche per te? E a Dortmund immagino che sia tutt’altra cosa.

All’Avana ci si doveva arrangiare con quel poco che circolava. All’età di quindici anni andai a un festival in Spagna e con i soldi guadagnati quando ritornai all’Avana comprai un pianoforte usato da una signora ma era già un passo avanti rispetto a prima. Come puoi immaginare mantenerlo era complicato per tanti motivi, tra cui l’altissima umidità avanera che  danneggiava molto lo strumento; si rompevano i tasti, era difficile trovare un artigiano che riparasse i martelletti e un buon accordatore. Senza parlare dei costi, insomma un disastro però studiai con quel rottame e mio padre anche ora non vuole disfarsene. Adesso nella mia casa di Dortmund ho finalmente un pianoforte a coda Bösendorfer: quando al mattino mi alzo e lo vedo nella sala non riesco a crederci, un sogno che si è realizzato e che mi permette di studiare come voglio io.

 

Marialy Pacheco

Come concertista lavori solo con pianoforti Bösendorfer?

Quasi sempre, ma dove non è possibile per vari motivi, problemi di spazio, scelte della sala da concerto che ha già lo Steinway, allora bisogna adattarsi e suono Steinway, che per carità è un ottimo strumento, e un episodio di questo tipo successe a Brisbane, Australia, nel 2014, in un concerto di musica classica (Bach in Sol minore con l’orchestra Sinfonica del Queesland) in quanto l’unico Bösendorfer era a Melbourne e quindi era costoso trasportarlo e organizzare il tutto nel poco tempo a disposizione, quindi… Comunque in Germania il Bösendorfer è ovunque.

 

Classica e Jazz, due mondi che riesci a tenerli in equilibrio con sacrificio?

Sono due mondi che nella mia vita mi accompagnano ogni giorno, indissolubili e hanno significato moltissimo. Io suono Bach per scaldarmi prima di esercitarmi nello studio quotidiano di mezz’ora ma sono affascinata dalla musica sinfonica di Brahms, Beethoven, da Mozart. Il jazz è l’altro mondo che mi ha conquistato dopo ma si è unito spontaneamente al classico e così quando compongo tutto scorre naturale senza sapere se classico o jazz, i due si mescolano e non si possono separare. Alla fine per me l’importante che ci sia un’identità e che quando il pubblico ascolta la mia musica dica subito questa ragazza è cubana, o caraibica, nonostante io viva fuori di Cuba da tanto tempo e ho incrociato molte culture diverse. Nei miei brani si mescola un po’ tutto quello che ho visto e ascoltato in giro nel mondo, che sia poi in tempo binario, ternario non fa differenza, con o senza clave.

Prima o poi nella musica o in una conversazione Latin spunta la clave. Tu cosa ne pensi di questo pilastro dell’afrocuban jazz?

La clave non si studia a livello accademico, ma nel percorso di formazione non ne sentiamo la mancanza perché la clave l’abbiamo nel sangue. Si parla sempre della 3/2 o 2/3, ma ve ne sono altre; ad esempio, c’è una clave in 7/4. Poi la clave si può adattare a molti tempi e a volte non è necessario farla suonare ma è sufficiente avere alcuni elementi della clave e ci sono molte maniere di farlo. I ritmi cubani hanno il pregio di potersi mescolare facilmente con molte altre musiche.

 

Gian Franco Grilli

(Musica Jazz)

Duets

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