Ravenna JAZZ 2020: dal 30 giugno al 14 novembre

Ravenna Jazz 2020 “Reloaded”: la quarantasettesima edizione dello storico festival ravennate torna a proporsi in versione letteralmente “ricaricata” -post-Covid. Stesso numero di serate a quelle annullate per emergenza pandemia ma distribuite nel corso di vari mesi: dal 30 giugno al 14 novembre 2020.

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Hilario Durán, pianista conTumbao

27. giugno 2020 – 17:29No Comment
Hilario Durán, pianista conTumbao

Negli anni Settanta sostituì il suo mentore Chucho Valdés nell’Orquesta Cubana de Musica Moderna; è stato il pianista di Arturo Sandoval e di Jane Bunnett. Una volta emigrato a Toronto è sceso in pista come solista. E in Canada Gian Franco Grilli l’ha raggiunto per farsi raccontare la sua luminosa carriera tra musica cubana e jazz.

 

Hilario Durán, pianista conTumbao

di Gian Franco Grilli

Negli anni Settanta sostituì il suo mentore Chucho Valdés nell’Orquesta Cubana de Musica Moderna; è stato il pianista di Arturo Sandoval e di Jane Bunnett. Una volta emigrato a Toronto è sceso in pista come solista.

 Hilario Durán è una figura importante nel latin jazz mondiale e soprattutto nel pianismo jazz afrocubano. Ma nonostante prestigiose frequentazioni, collaborazioni e partecipazioni a festival jazz internazionali (Montreux, Parigi, Nizza, Toronto, Montreal, Ottawa, Vancouver, Chicago, Havana e North Sea) il suo è un nome ancora poco conosciuto dai jazzofili italiani. E stiamo parlando di un calibro che, sul versante Latin, se la può giocare benissimo sia con Gonzalo Rubalcaba sia con il suo mentore Chucho Valdés. Mentore che tra l’altro ha definito il discepolo “Un musicista impareggiabile, un compositore e arrangiatore di prim’ordine e uno dei più grandi pianisti cubani del ventesimo secolo“. Eccesso di cortesia, affermazione gratuita e anche un po’ esagerata quella di Chucho, padre di tutti i jazzisti cubani? Forse, e qualcuna l’ha pensato come tale anche in considerazione della reciproca ammirazione e di un rapporto professionale solidissimo tra i due musicisti. Infatti quando Valdés fondò gli Irakere chiese proprio al ventenne Hilario a metà degli anni Settanta di sostituirlo come pianista nell’Orquesta Cubana de Musica Moderna (tra l’altro, massima istituzione musicale del Paese e unica formazione dove si poteva intonare jazz senza rimproveri!). Un testimone che poteva passare solo in mani robuste e quelle di “contumbao” era già una garanzia tanto che per molto tempo musicisti e critici qualificiati riconobbero a Hilario la miglior mano sinistra del pianoforte cubano.

Durán é una bella persona, tranquilla, pacatissima, voce sottile e peccato che la scrittura non renda fino in fondo toni e modi sintetici ma espressivi nell’argomentare le risposte. Ci racconta che la sua notorietà a livello internazionale cominciò a decollare accompagnando per nove anni in giro per il mondo il numero uno del trombettismo jazz afrocubano Arturo Sandoval, e di qui l’opportunità di condividere il palco con il grande Dizzy Gillespie, Michel Legrand, Michael Brecker eccetera. Quando nel 1990 Sandoval a sorpresa e inaspettatamente (si racconta che era il musicista più connesso con la burocrazia e i politici dell’Avana, tanto che fu lui l’autista-cicerone ad accompagnare Dizzy Gillespie nel 1977 al Palacio de la Revolución in visita al Lider Maximo Fidel Castro!) scappa da Cuba Hilario prende le redini del gruppo Perspectiva e va in tour in Europa e in tutto il Sudamerica. Ma il grande salto che cambierà il corso della sua carriera (come lo è stato per tanti altri musicisti cubani) lo si deve alla solidarietà umana e professionale della jazzista canadese Jane Bunnett (e al marito-trombettista Larry Cramer): la sassofonista gli spalancò la porta per Toronto, città dove il pianista sessantacinquenne risiede da oltre vent’anni. Tuttavia l’Avana è sempre lì anche per lui, perché nessun musicista emigrato o esiliato è riuscito ad allontanarsi del tutto dall’Isla e dalla capitale: ogni tanto riaffiora la nostalgia delle “descargas” avanere, la rumba en la calle, un bembé… fiestas allegre alla cubana. E da questo spirito è nato anche il bellissimo «Contumbao» (Alma records, 2017), l’ultimo dei progetti a suo nome. Per capire appieno la vicenda e lo spirito musicale di Hilario bisognava ripercorrere le tappe principali della sua vita partendo dalla Vibora il quartiere
avanero dove ha mosso i primi passi musicali. L’abbiamo così raggiunto per farci raccontare una carriera ultraquarantennale e premiata con numerosi riconoscimenti. Per collegarci a quanto espresso all’inizio, era doveroso accendere i riflettori su questo maestro del piano jazz cubano e dunque sollecitarlo a parlare di sé, della sua musica, di tumbao e delle parentele tra ritmi cubani e jazz.

 

«Contumbao» è il titolo del tuo cd, ma ho letto che si tratta anche del tuo nickname. Perché questo soprannome che vuol dire swing alla cubana? Poi parliamo dell’album.

Questo apodo, nomignolo, me lo appiopparono gli amici negli anni del Conservatorio Amadeo Roldán per il mio modo di essere, per la forma di suonare il piano, di camminare e di parlare, così mi sono ritrovato questo soprannome che significa proprio swing alla cubana. Ispirato a questa storiella stavolta ho deciso di titolare «Contumbao» questo disco abbinato a un dvd. Si tratta di musica cubana, con un po’ di jazz sofisticato e una sonorità contemporanea, progetto prodotto dall’etichetta canadese Alma Records che per ragioni commerciali esistenti a Cuba non è riuscita poi a piazzarlo nei negozi cubani e mi dispiace perché era un mio obiettivo. Forse oggi è probabile che si venda online con la diffusione nel paese di internet, ma non sono aggiornatissimo su questo. Tuttavia quel che conta in generale è che il disco si è venduto e si vende ancora in tutto il mondo e a due anni distanza dall’uscita, ma l’avevo registrato nel dicembre 2016 negli studi Egrem solo con musicisti cubani, sia locali che residenti all’estero come me: artisti di altissimo livello come Horacio “El Negro”, il tresero Pancho Amat, il mitico percussionista «Changuito» José Luis Quintana, il bassista Roberto Riveron, la giovane cantante e percussionista Brenda Navarrete (oggi è alla testa di un suo gruppo) e, come special guest in un brano, il mio mentore Chucho Valdés. Mi piace segnalare che nell’album ho inserito una guajira per omaggiare la musica tradizionale campesina e due mie composizioni incise con il gruppo Rumberos de Cuba.

Con rumberos come quelli non manca certamente il tumbao, ingrediente fondamentale nella musica cubana, nel jazz afrocubano, e che spesso viene scambiato anche con montuno, guajeo. Siccome è un termine multiuso mi sembra utile chiarirne il significato e magari, se vuoi, spiegaci anche il ruolo di queste figure, di questi arpeggi rapidi del piano, l’interazione con il basso (depositario del tumbao) e disegni ritmici-armonici sincopati e…

Beh…sono tutti dei marcatori soprattutto della musica ballabile proveniente dal son. Infatti il tumbao è una sequenza ripetuta di arpeggi per creare una tensione alta per chi balla. Ad esempio il guajeo è un disegno ritmico suonato dal violino, ma non diverso dal montuno che considero la stessa cosa del tumbao. E’ vero si chiama tumbao soprattutto il pattern ostinato del basso; quello del pianoforte si dice montuno, ma spesso lo definiamo anche tumbao, comunque la funzione ritmica è la stessa. Il pianista può alternare tumbao e accordi oppure ripetere continuamente il tumbao, e dipende anche dal genere e può essere percussivo, sincopato eccetera. Comunque è una modalità che serve anche nel jazz afrocubano, in alcune parti, poi per accompagnare il solista si lavora con gli accordi. In sintesi, con la parola tumbao si intende quella modalità tipica di accompagnare nella musica cubana, che sia guaracha, son montuno e anche rumba. Ma ripeto, il tumbao di piano è meglio chiamarlo montuno. Poi anche l’accompagnamento fisso della congas è un tumbao; da altri è citata come marcha. Quindi sono vocaboli intercambiabili.

 

Ora puoi descriverci il tuo carné cubano?

Mi chiamo Hilario Luis Durán Torres, sono nato il 10 ottobre 1953 nel quartiere Cerro dell’Avana e all’età di due anni ci trasferimmo alla Vibora (quartiere anche di Horacio “El Negro” Hernández) dove sono cresciuto in un ambiente abbastanza musicale: mia nonna suonava la chitarra, mia madre aveva studiato pianoforte, mio padre era cantante e chitarrista, un tipo bohemien e negli anni Quaranta frequentava il movimento del feeling, un gruppo di giovani musicisti che si riunivano nella casa di Tirso Duarte (Callejón de Hamel, nell’afrocubanissimo Cayo Hueso, nel centro dell’Avana).

 

Feeling o filìn alla cubana i cui «muchachos» leaders furono i chitarristi-compositori José Antonio Méndez e César Portillo de Luz, che rielaborarono in chiave jazzistica il bolero e la canzone romantica. Un fenomeno estetico-musicale che per alcuni aspetti fu abbastanza simile alla bossa nova esplosa in Brasile nel decennio successivo e proprio in queste ore apprendiamo della perdita di uno dei fondatori, João Gilberto.

Purtroppo se ne va un altro grande del Novecento. Parlando del feeling, la casa di Duarte fu un importante cenacolo artistico dove spiccarono i nomi citati. Mio padre era un dilettante, tuttavia collaborò con quei pionieri del feeling, che sostanzialmente erano degli appassionati sia di musica cubana che di jazz, e in effetti poi crearono una piccola rivoluzione musicale. Ma non furono solo chitarristi: contribuirono a quel fenomeno anche altri come il pianista Frank Emilio, il compositore Rosendo Ruiz Quevedo, Ñico Rojas, le cantanti Elena Burke e Omara Portuondo, ma anche Bebo Valdés.

 

Il tuo primissimo approccio alla musica con quale strumento è avvenuto?

Negli anni Cinquanta era di moda avere un pianoforte in casa e rimasi affascinato da quei tasti su cui studiava mia sorella, così all’età di otto anni iniziai a suonare ad orecchio tentando di riprodurre le musiche che ascoltavo alla radio, nei juke box e, debbo dire, con buoni risultati poiché tiravo giù con facilità le melodie. Quindi i miei genitori decisero di farmi studiare privatamente con la professoressa di piano Caridad Mezquida (zia del grande compositore e chitarrista cubano Leo Brouwer) la quale poi mi consigliò di iscrivermi al Conservatorio Amadeo Roldán: superai le prove di ammissione, il primo anno lo frequentai senza strumento (perché c’erano molti allievi) e nel secondo anno invece entrai ufficialmente come studente di pianoforte.

 

Ti ricordi di alcuni coetanei del conservatorio con i quali hai condiviso le prime esperienze musicali e che poi sono diventati artisti importanti?

La cantautrice Sara Gonzáles, il sassofonista Carlos Averhoff, entrambi già scomparsi; il bassista Jorge Reyes e altri. E in quelle stesse aule si sono formati musicisti illustri come Chucho Valdés e Paquito D’Rivera.

 

Quando e come sei stato attratto dal jazz?

Fin da bambino ho respirato musica di ogni tipo perché in casa si ascoltavano i dischi della ricchissima collezione di mio nonno: jazz, musica classica, e moltissimo Ernesto Lecuona, e in questo modo le mie orecchie captavano sonorità diverse. Il jazz cominciò ad attrarmi in modo importante durante gli anni del conservatorio e ricordo che il primo disco di un certo interesse era del pianista Erroll Garner, musicista che all’iniziò mi influenzò moltissimo, ma mi piacevano anche i trombettisti Harry James e Roy Eldridge. Erano dischi stampati prima della Rivoluzione; con el bloqueo, l’embargo degli Usa, la mia generazione perse poi il contatto con la musica internazionale, jazz e altro, e ci si rese conto molto tardi di certi fenomeni come i Beatles, i Rolling Stones poiché a Cuba non trasmettevano le musiche cosiddette yankee. Tuttavia, di nascosto, riuscivamo attraverso radio a onde corte ad ascoltare orchestre e gruppi famosi, Blood Sweat & Tears ( i miei favoriti), i Chicago, Earth Wind & Fire, ma nessun disco del mondo capitalista dall’inizio del Sessanta in poi poteva comprarsi nei negozi cubani.

 

Clandestinamente ti aggiornavi sulla musica yankee, invece alla luce del sole cosa potevi ascoltare?

A parte i dischi di jazz che erano arrivati a Cuba negli anni del capitalismo (e cioè fino alla fine dei Cinquanta) e che ci scambiavamo per studiarli, ascoltavo gruppi dei paesi del blocco sovietico, soprattutto di Polonia e Cecoslovacchia, e rammento che proponevano della bella musica. Io ed altri amici ci trovavamo in casa del flautista Justo Gabriel Pérez (jazzista che ora vive a Berlino) per ascoltare quei materiali e anche i primi dischi jazz di Chucho Valdés, dell’Orquesta Cubana de Musica Moderna (OCMM) e di Frank Emilio.

 

Con quale gruppo hai esordito?

Correva l’anno 1974, avevo appena terminato il servizio militare (dove tra l’altro in quegli anni avevo conosciuto diversi musicisti tra cui Arturo Sandoval e Enrique Plá) e debuttai professionalmente con Los Papa Cun Cun del bandleader-percussionista Evaristo Aparicio, suonando musica popolare ballabile e con piccole escursioni nella sperimentazione partendo dalla rumba. Due anni più tardi entrai nella OCMM per prendere il posto di Chucho Valdés quando fondò Irakere.
Da quel momento, sotto la direzione di German Piferrer, cominciai ad allargare le mie conoscenze musicali e a scrivere per big band.

 

Quindi nella band di Evaristo Aparicio “El Pícaro”, prendesti il posto di Freddy González de la Maza, che si racconta fosse anche un buon pianista jazz: è giusto?

Sì, qualche tempo dopo la sua uscita entrai in quel gruppo, comunque Freddy era un signor jazzista, suonava con i migliori all’inizio degli anni Sessanta, purtroppovdi lui però si è parlato troppo poco, ma si era anche defilato dall’ambiente.

 

Scorrendo la tua discografia troviamo omaggi a Emiliano Salvador, Alfredo Rodríguez, Peruchín, Chick Corea. Insomma grande rispetto e ammirazione per i tuoi colleghi di strumento. Ma il tuo mentore e i tuoi idoli dell’arte pianistica chi sono?

Oltre a Erroll Garner incominciai ad ascoltare il cubano Frank Emilio Flynn e più tardi Chucho Valdés, che considero il mio vero mentore. Mi piace poi ricordare figure importanti del pianismo jazz e quindi For Emiliano è dedicata a Emiliano Salvador, straordinario e innovativo musicista molto influenzato da McCoy Tyner e Thelonious Monk. Invece Alfredo’s Mood è un tributo ad Alfredo Rodríguez (niente a che vedere e nemmeno parente con l’omonimo giovane pianista patrocinato da Quincy Jones): era un pianista eccellente che a Cuba suonava nell’Orquesta Fajardo y sus Estrellas e poi visse vent’anni in Francia dove è morto nel 2005. Nella capitale francese lo incontrai diverse volte durante i tour con Arturo Sandoval e gli scrissi arrangiamenti e musiche per il gruppo che aveva. De Peruchin a Corea è una guaracha-jazz come omaggio a un certo stile pianistico che composi e incisi con Los D’Siempre.

Dalle scarsissime e imprecise note di copertina dei dischi dell’Egrem è stato quasi impossibile stabilire correttamente sia la data di registrazione che di pubblicazione di molti vinili cubani: «Los D’Siempre», «Pocito 11» di Jorge Reyes e altri dischi cui hai collaborato sono precedenti al tuo ingresso nel gruppo di Arturo Sandoval?

E’ vero, gli album dell’etichetta Areito, distribuiti da Egrem, sono sempre stati molto carenti da questo punto di vista, assenza di credits eccetera. In effetti quelli che hai citato sono ancora prima degli anni durante i quali lavorai con Sandoval (1981-1990): «Los D’Siempre» e «La Gran Timba del Caribe» li registrai con Los D’Siempre, gruppo nato dentro l’OCMM e lo formai per esprimere le mie inquietudini artistiche scrivendo musiche per questa band che annoverava ben sei fiati e il trombonista, arrangiatore Demetrio Muñiz, che diverrà poi produttore per i dischi del Buena Vista Social Club.

 

Quando Sandoval fuggì da Cuba decidesti di continuare con gli altri del gruppo e nonostante gli anni Novanta, durissimi, del periodo especial.

Sì, fondammo Perspectiva, gruppo molto interessante assieme a Jorge Reyes, Jorge Luis Cichoy, Reynaldo Valera, Ernesto Simpson, pubblicando dischi tra cui «Tiembla Tierra» e «Buscando Cuerdas». E’ vero: gli anni Novanta furono di enorme crisi, ma anche di fermento, di movimento, e per me, debbo dirlo, ricchi di iniziative.

 

Esaminando la tua carriera artistica possiamo dire che è cresciuta in larga parte assieme a Arturo Sandoval. Ma molto devi alla sassofonista canadese Jane Bunnett (e al marito-trombettista Larry Cramer), talent scout impegnata non solo a valorizzare jazzisti dell’Isla Grande mettendoli sotto i riflettori del panorama jazz internazionale, ma anche a risolver loro aspetti economici per vivere all’estero. Assieme a te, Yosvany Terry, Pedrito Martínez, David Virelles, Dafnis Prieto, Daymé Arocena, Maqueque e altri che non ricordo, con il suo aiuto avete potuto raggiungere la “terra promessa”, il jazz. Una “colomba” che si meriterebbe da parte di Cuba (e non solo) un monumento o un busto, adesso che è ancora in vita, come avvenne a suo tempo per la prolifica bolerista messicana Consuelo Velázquez, autrice del celebratissimo Besame Mucho. Sei d’accordo?

Certo che sì, ma onestamente non sapevo di quell’omaggio alla Velázquez. Partiamo da Arturo: ho lavorato con lui per nove anni girando il mondo intero che mi ha permesso di incrociare grandissimi nomi tra cui Dizzy Gillespie, artista leggendario con il quale avevo avuto il privilegio di esibirmi nel lontano 1977 al Teatro Amadeo Roldán quando arrivò all’Avana con la storica delegazione di musicisti nordamericani. Quel meeting, diciamolo, fu salvifico per il jazz cubano e la musica.

 

A proposito di Arturo e Dizzy, fu proprio Gillespie nel 1990 a intercedere perché la fuga di Sandoval approdasse negli Stati Uniti. Poiché sei stato uno dei suoi più stretti collaboratori, vorrei chiederti, sempre che non ti imbarazzi, se sapevi cosa bolliva nella pentola di Arturo: per te fu una sorpresa quell’abbandono repentino di uno dei musicisti più potenti e privilegiati di Cuba in quegli anni? Creò malessere e contraccolpi nel gruppo quel “tradimento”? Successivamente ti sei reincontrato con Sandoval?

Francamente non conosco tutti i dettagli del suo abbandono, eccetera. Posso dirti invece che venimmo a conoscenza del suo esilio un po’ di tempo dopo perché durante quel suo viaggio a Roma noi della band eravamo a Cuba. Per quanto mi riguarda quella sua scelta non provocò nessun malessere e nemmeno discussioni tra di noi. Molti l’avranno pensato, non ne dubito, ma sai, con Arturo eravamo amici da diversi anni e quindi tutto è rimasto tale: sono rimasto in contatto con lui, ci si sentiva sporadicamente, e da quando vivo in Canada abbiamo suonato assieme diverse volte. La prima volta nel 2008: fui invitato ad aprire il concerto di Sandoval al festival Jazz di Toronto e l’anno dopo suonai tutto il concerto con Arturo Sandoval a Montreal sostituendo il suo pianista ufficiale, Manuel Valera, che non riuscì ad arrivare per maltempo negli Stati Uniti. Ma anche quest’anno ci siamo rivisti.

 

Scusa delle varie parentesi ma… prima di continuare il discorso su Jane Bunnett vorrei chiederti se il Teatro Roldàn, citato poco sopra, era lo stesso che pochi mesi dopo i concerti “Cuba-Usa” fu mezzo distrutto da azioni di sabotaggio e quindi restò inutilizzabile per molti anni?

Bella memoria, sì, in effetti accadde quello che hai detto e solo una ventina circa di anni dopo riaprì quel teatro. Venendo a Jane Bunnett: le dobbiamo tutti moltissimo, per me è una sorella per tutto quanto mi ha dato. Forse si meriterebbe quel che dici ma… non so dirti; comunque non sapevo di quel riconoscimento alla Velázquez, davvero interessante. Comunque per me le cose andarono così: visitò da turista il nostro Paese, viaggiò fino a Santiago de Cuba e rimase tanto colpita dal livello qualitativo dei musicisti e affascinata dai ritmi cubani che poi decise di ritornare a Cuba a incidere un disco di musica cubana. Il suo manager conosceva il batterista-percussionista Guillermo Barreto, jazzista con cui avevo lavorato diversi anni nell’OCMM, il quale mi invitò a suonare in «Spirits of Havana», un progetto con nomi prestigiosi come Gonzalo Rubalcaba, Frank Emilio Flynn, Merceditas Valdés e altri. Era il 1992. Da lì cominciai a collaborare con Jane Bunnett, la seguii in Canada come pianista e arrangiatore partecipando a numerosi festival di jazz; dopo arrivò un altro disco di musica brasiliana e cubana, «Rendez-Vous Brazil/Cuba» (1995), in cui suona, tra gli altri, l’allora giovanissimo bassista cubano Carlitos Del Puerto Jr. (ora è con Chick Corea) e il chitarrista brasiliano Filó Machado. Nel periodo che Jane visse a Parigi, l’accompagnai in numerosi concerti in Europa e quando rientrai a Cuba, mi separai dal gruppo Perspectiva per iniziare l’attività da solista. Una decisione fruttifera che mi consentì di pubblicare dischi con l’etichetta discografica Justin Time: «Francisco’s Song» (1996), «Killer Tumbao» (1997) e «Havana Nocturna» (1999). Nel 1998 mi trasferii in Canada.

 

Il Canada offriva maggiori opportunità professionali rispetto a Miami (tra l’altro a un tiro di schioppo dall’Avana), a New York o a Los Angeles?

Sì, e grazie all’aiuto di Jane Bunnett trovai in terra canadese molto lavoro come concerti jazz e insegnante di pianoforte. Dopo tanto girovagare nel 1998 decisi di iniziare una nuova vita a Toronto con mia moglie e mia figlia Yailen, che ora è cantante, pianista, compositrice (ha collaborato in alcuni dischi miei) e ha intrapreso la strada della musica contemporanea e del jazz.

 

Vogliamo citare gli altri dischi. Partiamo da «Encuentro en La Habana»: questo nacque dalla nostalgia?

No, semplicemente si erano create le condizioni per questa reunion con i colleghi e amici del gruppo Perspectiva e ci trovammo a incidere a fine febbraio 2005 l’album uscito per Alma Records. Dopo otto anni dal mio trasferimento all’estero si presentò questa opportunità, una bella occasione per condividere momenti musicali con artisti con i quali avevo suonato assieme per tanti anni, tra cui: Jorge Reyes, che conosco dai primi giorni del conservatorio, Reynaldo Valera, Jorge Luis Chicoy. Il disco, che annovera alcuni ospiti importanti e anche più giovani come Pedrito Martínez, è una pagina piacevolissima di afrocuban jazz, una bella descarga presso gli studi dell’Egrem. Ogni volta che torno a Cuba mi ritrovo e suono con piacere assieme ai miei vecchi amici nei club o anche al festival del Jazz, e lavoro con gioia per il popolo cubano che viene ad ascoltarmi. Sempre con Alma Records ho pubblicato: in trio «New Danzón»; con la Big Band «From the Heart»; Jane Bunnett & Hilario Durán, «Cuban Rhapsody»; Hilario Durán Trio, «Motion».

Ma quando ritorni a Cuba – che è uno dei pochi paesi con due monete – il tuo compenso è in moneta nazionale (peso) o in dollari?

Dipende dalle situazioni, e diverse volte suono anche gratis: ad esempio è andata così all’International Jazz Safari 2017 nella località balneare cubana di Varadero, un festival organizzato dall’emittente di Toronto JAZZ.FM91.

 

Poc’anzi hai parlato di afrocuban jazz, oggi universalmente chiamato latin. Quali sono, se ci sono, le differenze tra afrocuban jazz e latin jazz?

La gente mescola un po’ le cose, ma il latin jazz è uno stile che abbraccia molti generi musicali: dal flamenco a diversi elementi culturali e sonori presenti nelle musiche sudamericane. E’ vero, Cuba fa parte dell’America Latina ma… è sottilissimo il confine che divide e/o unisce latin jazz e afrocuban jazz. Quest’ultimo intreccia musica cubana e jazz afroamericano e se io dovessi scegliere, tra i due preferirei dire che il mio è jazz afrocubano.

 

Afrocubano è anche il culto della Santería con le numerose divinità e a cui hai dedicato brani: ricordo, ad esempio, Yemayá, orisha del mare. E’ un sincretismo religioso che pratichi o lo affronti solo esteticamente?

Come tanta parte del popolo cubano, anch’io seguo la religione sincretica Yoruba della Santería, che è una spiritualità fondamentale delle nostre radici, e continuo a praticarla anche lontano dalla mia terra natia nonostante sia difficile sentire un toque de batà, percussioni rituali eccetera.

 

Possiamo dire che Cuba è entrata nella storia del jazz soprattutto con le percussioni di Chano Pozo, Iborra, Mongo e altri, ma da tempo sono i pianisti cubani a occupare lo scenario internazionale e non sto a citarti tutti i nomi dei giovani. Ho detto questo per ricollegarmi alla tua discografia in cui si trovano frequentemente degli omaggi a percussionisti: oltre a un pezzo dedicato a Chano Pozo, ho visto che hai partecipato anche recentemente al compleanno del leggendario percussionista Cándido Camero, hai lavorato con “Changuito”, con Tata Güines, insomma i grandi. Tra i tanti chi preferisci?

E’ verissimo quello che dici sui pianisti e su due piedi no so dirti le ragioni, tuttavia la scuola pianistica cubana ha una lunga tradizione. Bene, venendo alle percussioni, posso dirti che ho lavorato con moltissimi percussionisti, con quasi tutti i migliori sulla piazza: Reinaldo ‘Pichy’ Valera, ma anche delle star mondiali delle congas come Giovanni Hidalgo, Tata e delle nuove generazioni un grande è Pedrito, ottimo anche come vocalist. Non mi sento di fare delle preferenze, ma uno meno famoso – perché non ha mai inciso dischi – e che invece merita una menzione perché lo considero uno dei più importanti di Cuba è Rolando Valdés, che da tempo risiede in Messico e con il quale suonavo nell’epoca dell’OCMM. Da un po’ di tempo invece sto lavorando con un altro fantastico conguero: José Luis Torres, detto Papiosko, presente anche nell’ultimo mio disco. Comunque Cuba continua ad essere una fucina di ottimi percussionisti, ti posso citare Yaroldy Abreu, Adel Gonzalez, Eliel Lazo, e tra i giovanissimi il figlio di Roberto Vizcaino.

 

Allora parliamo dei formati che preferisci, ad esempio il trio, ma fai concerti o incisioni importanti anche con formati diversi?

Sì, mi muovo spesso con il trio, sono venuto anche in Italia con il bassista Roberto Occhipinti e il batterista Mark Kelso. Il trio è una dimensione in cui mi trovo bene, però mi piace suonare anche con altri formati: recentemente ho fatto concerti bellissimi ad esempio nella città di Essen in Germania con due pianoforti e orchestra, io e Chucho Valdés con la WDR Big Band. Magnifica esperienza.

 

A proposito di Italia: quanto volte sei venuto e quali jazzisti conosci?

Dopo il Bravo Caffè di Bologna, dove ho suonato anni fa, non sono più tornato. Avevo visitato diverse il vostro Paese negli anni che accompagnavo Sandoval ma poi nient’altro, se non ricordo male. Del jazz italiano debbo ammettere di non conoscerlo affatto. Ho conosciuto il nome di Stefano Bollani per le collaborazioni con Gonzalito, con Chucho, ma non l’ho mai sentito e ripeto che non conosco nemmeno degli altri.

 

E invece sei tornato e torni spesso a Cuba? E torneresti a viverci in futuro?

Dopo l’incisione di «Contumbao» e del concerto al Museo della Bellas Artes dell’Avana non sono più tornato. L’anno scorso stavamo realizzando un contratto ma alla fine è saltato. Mi piacerebbe andarci spesso, è ovvio poiché mi piace scambiare esperienze con i vecchi amici, e ogni volta che vado mi diverto. Dopo oltre vent’anni che vivo all’estero non penso proprio di ritornare a vivere all’Avana anche perché cambiano tante cose nel corso della vita, cambiano i sentimenti, Cuba è cambiata, tuttavia li vivono mia sorella, parenti, amici e quando potrò andrò a trovarli. So che molti delle nuove generazioni decidono di vivere lì e, parlando di musicisti, di muoversi da lì per andare a suonare all’estero, perché oggi è più facile, anche se mi dicono che non facilissimo però…

 

Sei soddisfatto delle tue ultime esperienze? E stai già lavorando a nuovi progetti?

Molto, il 2019 finora è stato un anno ricchissimo di risultati, concerti ovunque di jazz, un bellissimo tour nello scorso mese di giugno in Olanda con il mio quartetto Contumbao, ma anche di musica classica intrecciata a jazz afrocubano con grandi formati orchestrali. Tra le cose più importanti degli ultimi anni il duo ricordato prima con Chucho Valdés accompagnati da una dalla WDR Big Band. Mi piace molto suonare in Sudamerica, dove sono già stato, tra i tanti festival della Colombia quello di Barranquijazz e adesso sto organizzando un lungo tour in Brasile, Argentina e Martinica. Entro la fine di quest’anno penso di registrare in Canada un nuovo album con una big band. Tra le varie, giorni scorsi sono stato occupato alla realizzazione di una playlist di latin jazz (con musicisti che piacciono a me) richiestami dalla radio canadese CBC, quindi Latin Jazz dall’ Afro-Cuban all’Afro-Brasiliano; poi compongo musiche per il cinema, recentemente ho scritto per una serie cinematografica di avventure, l’anno scorso ho composto per il film The Cuban (un film sulla storia di un cubano).

 

Quindi ti ritieni un pianista latin, di jazz o cos’altro?E quando componi che strumenti utilizzi?

Direi che sono un pianista di rumba, ma sto scherzando poiché amo suonare jazz, latin jazz. swing, ma la mia grandissima influenza viene dalla musica afrocubana. Quasi sempre compongo melodie con il piano, poi mi aiuto con il computer e aggeggi vari per vedere gli sviluppi.

 

Che musica ascolti oggi? Cosa leggi? E quando non sei in tournée all’estero, come trascorri le tue giornate?

Mi piace ascoltare ogni tipo di musica, dalla classica alla black music a quella tradizionale. Attualmente in Canada sono molto occupato con la musica classica e ho composto musiche per formazioni prestigiose tra cui anche l’Orchestra Sinfonica di Toronto. Suono poi nei club, nei festival del jazz e sono impegnato anche come professore nella Facoltà di Musica dell’Humber College e lì dirigo tutte le orchestre di studenti. Ultimamente leggo pochissimo, mi dedico soprattutto alla musica, poi c’è la famiglia da non trascurare.

Gian Franco Grilli

(Una parte di questa intervista è stata pubblicata su Musica Jazz, agosto 2019)

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